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Primo Grand Tour degli Etruschi A.D. 1995:
Tarquinia, Pyrgi, Cerveteri, Veio
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Palazzo Vitelleschi, sede del
Museo Etrusco di Tarquinia |
Museo di Tarquinia, scena di
sesso su ceramica |
La necropoli di Monterozzi a
Tarquinia |
La tomba dei Leopardi |
La tomba dei Giocolier |
Nell’estate del 1995
i nostri autori iniziarono quel processo di affinamento dei loro
interessi storico-culturali che li porterà negli anni a seguire a
concentrare la loro ricerca su un particolare aspetto delle
emergenze storico-archeologiche della Tuscia, quello inerente la
civiltà etrusca. Sarà un lavoro lungo e complesso che darà i suoi
frutti in pubblicazioni quali “Testimonianze etrusche della Tuscia”
(2005), “Le necropoli rupestri della Tuscia” (2008), “Itinerari
etruschi tra Lazio, Toscana e Umbria” (2008) scritte a quattro
mani; e in lavori individuali quali: “L’eros degli etruschi. Alle
origini dell’erotismo mediterraneo” (2004) di Giuseppe Moscatelli e
“Vulci. Le necropoli, la città, il museo (2005) di Giacomo
Mazzuoli.
Il Gran tour stava
ormai diventando una piacevole consuetudine estiva, una sorta di
“tradizione”, per cui in questo anno mettemmo in campo un minimo di
programmazione. Sempre Viterbo e la Tuscia naturalmente, ma con un
unico tema: gli etruschi.
Prima tappa,
inevitabilmente, Tarquinia: l’autentica capitale dell’antica
Etruria. La città, che già nel suo nome “moderno” ricorda le
antiche origini (dopo aver abbandonato il goffo e per certi aspetti
ridicolo nome “Corneto”) presenta una straordinaria concentrazione
di testimonianze etrusche, assolutamente uniche nel loro genere.
Partiamo dal Museo Nazionale, allestito nel bel palazzo
gotico-rinascimetale del card. Vitelleschi, pregevole per il suo
elegante cortile dominato da due livelli di portico colonnato.
Oltre i famosi “cavalli alati”, bassorilievo in terracotta simbolo
della città, ammiriamo i numerosi sarcofagi e fra questi quello
eccezionale di Laris Pulenas, l’orgoglioso magistrato etrusco che
ci tiene a farci conoscere il suo importante cursus honorum,
svolgendo dinanzi ai nostri occhi un rotolo con una delle
iscrizioni più significative per la conoscenza della lingua
etrusca. Ci rechiamo quindi alla necropoli di
Monterozzi,“patrimonio dell’umanità” insieme a quella di Cerveteri,
secondo quanto determinato recentemente dall’Unesco. La visita al
complesso di tombe dipinte più importante di tutta l’area del
Mediterraneo assorbe l’intera mattinata. Non è più possibile - per
ragioni di tutela e conservazione - entrare all’interno degli
ipogei, che sono ora chiusi da una lastra di vetro. Nondimeno
l’esperienza non perde nulla in termini di fascino e attrazione.
Prima di dirigersi alla volta di Pyrgi ci concediamo un panino e un
caffè, non c’è tempo per un pranzo più articolato.
Arrivati a S. Severa
ci accoglie la pioggia, niente di grave, un temporale d’agosto:
dalla macchina di G. (sempre la sua... per l’aria condizionata)
spuntano gli ombrelli. Ve l’avevo detto che in quest’anno ci
eravamo organizzati...
Dell’antica Pyrgi
non rimane quasi nulla, a parte il sito dei due famosi templi dove
furono ritrovate le celebri lamine d’oro conservate nel museo di
Villa Giulia a Roma. Le piogge abbondanti dei giorni precedenti
avevano trasformato tutta l’area in una sorta di acquitrino; ci
consoliamo concedendoci qualche foto con lo sfondo del castello di
S. Severa.
Via alla volta di
Cerveteri. La necropoli è una vera disneyland dell’aldilà, un
“parco a tema” in cui tutto però è assolutamente autentico. Una
città dei morti con le sue vie, i suoi incroci, le sue piazze; i
quartieri residenziali e quelli popolari: i grandi tumuli dei
nobili ceretani e le tombe a schiera della piccola borghesia; i
ricchi ipogei decorati con suggestivi rilievi e le piccole e
semplici tombe della povera gente. Non c’è forse altro luogo al
mondo in cui si provi in modo così netto la sensazione di trovarsi
“altrove”, nel tempo e nello spazio. Scendiamo nelle tombe
percorrendo i lunghi dromos scavati nel tufo, visitiamo le celle
funerarie, passando dalla luce e dall’afa di agosto alla
semioscurità e al fresco di ambienti sotterranei. Decidiamo di
visitare anche il museo archeologico cittadino. La città sembra
vuota, la grande piazza è deserta, nel museo siamo gli unici
avventori. Sotto i nostri occhi scorre una straordinaria abbondanza
di reperti, uno accanto all’altro, nessuno tuttavia di eccezionale
pregio. I pezzi importanti sono altrove, come gli ori della tomba
Regolini – Galassi, conservati nei Musei Vaticani.
Manca ancora una
tappa: Veio, ed è lì che ci dirigiamo. Intanto la natura dei luoghi
è più aspra e selvaggia di quanto ci aspettassimo, e non mancano
scorci suggestivi. Percorrendo un sentiero ci sorprende una
cascatella di vivide acque. Un bel semicerchio spruzzante e spumoso
di acque trasparenti e leggere. Il sito archeologico vero e proprio
ci riserva qualche delusione: sui luoghi non vi è molto da vedere e
quel poco rimasto è deturpato da una selva di tubi che vorrebbero
rappresentare la parziale ricostruzione del tempio del Portonaccio,
nei pressi del quale fu rinvenuto il famoso Apollo in terracotta
vanto della coroplastica etrusca. Di un certo interesse, non
lontano, gli scavi di una villa romana tra i quali ci aggiriamo sul
far della sera.
Il giro è stato più
lungo del solito, ed è ora di rientrare. Abbiamo anche ampiamente
debordato dal territorio viterbese, per “inseguire” gli etruschi
nell’agro romano. Una terra comunque legata alla Tuscia da
imprescindibili rapporti di carattere storico, culturale e
archeologico.
Giuseppe
Moscatelli |