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A.D. 1997:
Gran Tour delle periferie degradate di Roma
(alla
scoperta di un paese che ancora c'è)
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Il Palazzo della Civiltà e del
Lavoro all'EUR |
La Basilica di S. Paolo all'EUR |
Cimitero di auto alla Magliana |
Il gigantesco agglomerato di
Corviale |
Particolare di Corviale |
Nel corso degli anni
i nostri Gran Tour estivi avevano già “violato” i confini della
Tuscia per spingersi più o meno in profondità nell’agro romano,
toccando territori comunque contigui a quello viterbese e a questo
legati da vincoli archeologici, storici e culturali.
Nell’agosto del 1997
si optò per una decisa svolta di carattere socio-geografico: non
più la Tuscia ma Roma; non più le campagne ma gli agglomerati
urbani; non più i beni archeologici e storici ma quanto di più
lontano si possa ipotizzare... le periferie degradate romane! Dal
bello e nobile che rischia di scomparire al brutto e deplorevole
che avanza e si consolida; dalle bellezze paesaggistiche ai
quartieri cementificati.
Si, le periferie
degradate. Anch’esse, in fondo, un luogo del pensiero,
dell’immaginario collettivo che le ha rese quasi mitiche: tutti a
parlarne, stampa, TV, sociologi, intellettuali, per esprimere
spregio e riprovazione. Ma quanti in effetti le hanno visitate (a
parte evidentemente chi ci abita)? Ecco noi volevamo visitarle. Si
dirà: un turista che va a Roma ha senz’altro cose più interessanti
da vedere della Magliana e di Tor Bella Monaca. Ma la Magliana
(anche per via della tristemente famosa “banda”) ha più citazioni
giornalistiche del Colosseo... e allora perché non visitarla? Se
non con intenti turistici almeno per curiosità
socio-antropologica...
Eccoci quindi di
nuovo in macchina (sempre quella di G. che comunque non è sempre la
stessa, visto che nel corso degli anni l’ha cambiata diverse
volte... ma sempre con l’aria condizionata, dovendo per di più
affrontare gli asfalti roventi e i torridi ambienti urbani di
agosto). Prima tappa Corviale: cosa può esserci di più degradato e
degradante, alienato e alienante di una unica immensa costruzione
lunga più di un chilometro, una sorta di muraglia cinese in mattoni
e cemento armato abitata da tanta gente che potrebbe riempire un
paese? Tutti gomito a gomito, sugli stessi immensi corridoi,
balconati, portoni, porticati... livello su livello. Prima
delusione: ai nostri occhi i luoghi non appaiono così degradati.
Intanto non si vede nessuno: circolano pochissime persone e non
quel formicaio umano che ci aspettavamo. Il livello di manutenzione
poi è quello medio delle costruzioni urbane: niente aree
fatiscenti, muri crollati, mondezzai in bella vista... Forse
spingendo lo sguardo dentro gli scantinati... ma intanto sono
chiusi. Insomma il “serpentone”, il palazzo più lungo del mondo (è
una nostra supposizione) si porta bene e non sfigura troppo. Ci
allontaniamo alla ricerca di un degrado più eclatante...
Eccoci al Trullo,
alla borgata del Trullo. Ah, il termine “borgata” quante
suggestioni letterarie, sociologiche e cinematografiche ci ispira,
da Pasolini in poi... Il quartiere ci appare tranquillo,
frequentato si, come un grosso paese; tante macchine, parcheggi
selvaggi, smog... sembra di stare in centro! Entriamo in un baretto
di quelli in cui tutti si conoscono e parlano ad alta voce e ci
gustiamo un caffè: incomparabili i caffè romani! per gusto, aroma,
suggestione... ovunque lo si consumi...dal caffè Greco ad un
occasionale baretto del Trullo.
Ma noi cerchiamo un
degrado autentico e allora via alla Magliana! Che poi non è che sia
stato così facile individuarla, perché mica c’è un cartello che ti
indica: “quartieri degradati della Magliana”. Intorno a noi anonimi
palazzoni di sette otto piani, con struttura a “isolato” e strade
che si incrociano perpendicolarmente piene di macchine. E questo
certo si può anche definire degrado... ma in fondo tutta New York è
costruita così, con la differenza che lì i palazzi sono molto più
alti... però è uno dei posti più affascinanti del mondo! Ma noi
non ci arrendiamo: il degrado c’è, lo abbiamo visto in televisione
e poi lo dicono tutti, tutto sta a trovarlo.
Ed ecco che sotto un
ponte stradale vediamo rifiuti di un certo ingombro e carcasse di
automobili. Ci siamo! Scendiamo e raggiungiamo compiaciuti i
luoghi: di fronte ai nostri occhi si apre a cent’ottanta gradi,
come le gambe di un compasso, un meraviglioso cimitero di
automobili! cioè... meraviglioso rispetto ai fini e agli intenti
del nostro tour. Ci facciamo qualche foto cercando di esaltare lo
sfondo di ferraglie arrugginite accatastate.
Ora che lo abbiamo
beccato non ce lo facciamo certo sfuggire, il degrado. Si va a
colpo sicuro, a Tor Bella Monaca. Quartiere ampio, arioso,
luminoso... pulito. Palazzoni certo, ma non ammassati come alla
Magliana. Sembra che vi sia una maggiore cura architettonica, un
design più uniforme. Tante finestre tutte uguali che bucano una
parete grigia e piatta o meglio priva di convessità, effetto dato
dalla mancanza di balconi. Poca gente tranquilla per le strade,
qualcuno alla finestra, in cerca di un improbabile refrigerio.
Degrado? Qualche lattina e rifiuti vari negli angoli degli spiazzi,
raccolti dal vento; scritte e murales su pareti di edifici di
servizio: niente che non si trovi un pò ovunque.
E’ ora di pranzo:
prendiamo una strada di collegamento rapido, tipo “bretella” e ci
fermiamo in un fast food per automobilisti di passaggio. Eh sì...
degrado fino in fondo, anche a tavola! Ci sono ancora un paio di
luoghi, per quanto fuori tema, che ci piacerebbe visitare subito...
senza dover impiegare un altro Gran Tour. Il primo è la Moschea di
Monte Antenne, progettata da Portoghesi, luogo di cui tutti (almeno in
quegli anni) si sono sentiti in diritto di parlare... ma quanti
effettivamente l’hanno vista? Arriviamo in un pomeriggio
assolatissimo e torrido. L’ambiente è deserto. Un grande recinto
chiude l’area in cui sorge la moschea: intravediamo l’esile
minareto e parte della semplice cupola con mezzaluna. Ci aggiriamo
come fantasmi cercando un orientamento, qualcosa di simile ad un
ingresso. Troviamo un piccolo cancello con un piccolo biglietto
con su scritto in italiano corretto che la moschea è chiusa. Ci
facciamo qualche foto a ridosso della cancellata, cercando di
prendere sullo sfondo almeno il minareto.
Ed eccoci infine tra le
architetture metafisiche del’EUR, ultima tappa. Il quartiere lo
conosciamo, per esserci tante volte transitati. A noi interressa il
Palazzo della Civiltà del Lavoro, il “Colosseo quadrato”, tante
volte intravisto sullo sfondo dai vetri di un’automobile o di un
autobus, ma mai colto da vicino. Ci siamo, il palazzo è chiuso, ma
non ha alcuna importanza. Tutta la sua forza espressiva e simbolica
è nel suo apparato esterno, in quella serie infinita di aperture ad
arco che forano le sue quattro facciate. Bello, semplice, elegante.
Ci abbandoniamo a foto “metafisiche” con la mente rivolta alle
piazze e ai manichini di De Chirico...
Giuseppe
Moscatelli |