Domenica 5 giugno iniziano, e si protrarranno per tutto il mese, i pellegrinaggi della popolazione dell’Alto Lazio e della bassa Toscana, al Crocifisso di Castro. Sono migliaia di pellegrini, molti dei quali a piedi, che arriveranno non solo dai paesi vicini, ma anche dalla Valle del Paglia e dall’Umbria.

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  Il mese di Ottobre del 1646 segna la fine della rigogliosa e ricca città di Castro. Dopo la morte per assassinio del vescovo titolare Mons.Alberto Giarda, che poco prima del ponte di Monterosi fu affiancato da due uomini a cavallo, vestiti di nero, con il volto coperto (individuati poi come Ranuccio Zambini da Gradoli e Domenica Cocchi da Valentano); scaricarono le armi sul Vescovo Giarda e cinque proiettili colpirono il presule che tuttavia non morì all’istante. Tra atroci dolori ebbe la forza di pronunciare parole di fede e perdono: ”io muoio volentieri per la santa Chiesa e perdono a chi mi ha offeso e fatto offendere”. La morte del presule fu l'estrema conseguenza dei pessimi rapporti tra Ranuccio II e il papa Innocenzo X. Infatti sia Ranuccio che la madre Margherita dé Medici rivendicavano alla casa Farnese la sollecitazione a nomina del vescovo di Castro di Mons.Giarda, che poteva godere la loro fiducia.
  Il 2 Settembre 1649 il comandante delle truppe pontificie Conte Vidman, ricevette l’ordine dal pontefice Innocenzo X di radere al suolo la città di Castro, senza il sacrificio di vite umane. Appena tre mesi dopo, CASTRO con la sua cattedrale e numerose chiese e conventi, con il castello, gli splendidi edifici del Sangallo e del Vignola, le abitazioni, le botteghe, era completamente rasa al suolo. Sulle rovine fu eretta a memoria e monito una colonna con la scritta: ”Qui FU CASTRO”.
I soldati che demolivano Castro, poco fuori di quella che era stata la Porta del Ghetto, risparmiarono un masso a forma di parallelepipedo che sulla facciata rivolta a mezzogiorno aveva dipinta l’immagine del Crocifisso, di nessun valore artistico, scrostata e mutilata nella parte inferiore.
  Per secoli l’edicola del ss.Crocifisso di Castro fu sempre al centro della devozione popolare, nonostante si trovasse in aperta campagna, e gli abitanti di Castro, dispersi nei paesi vicini, e poi i loro discendenti, all’inizio della bella stagione venivano in pellegrinaggio ai piedi della città distrutta e sostavano in preghiera davanti all’edicola del ss.Crocifisso, unica testimonianza di quella città che non esisteva più. Tra migliorie e restauri vari ancora oggi al piccolo santuario di Castro, durante tutto il mese di giugno, confluiscono migliaia di pellegrini. Non sono attratti da alcuna curiosità o arte visiva, ma tutti si fermano in preghiera davanti al Crocifisso e poi quasi istintivamente, anche se molti sono poco o nulla praticanti, si avvicinano al Sacramento della riconciliazione e all’eucarestia, per ritornare a casa con una grande serenità nel cuore.
Forse mentre il pellegrino guarda fisso l’icona, sente il lamento del Crocifisso che dice: ”popolo mio che male ti ho fatto, in che cosa ti ho contristato, se ti ho fatto del male, percuotimi, se non ti ho fatto nulla di male, perché mi tratti così?...
 

Il Santuario di Castro da una foto degli anni TrentaCastrum lyrae formam imitatur da J. Blaeu, Theatrum civitatum et admirandorum Italiae, Amstelaedami 1663


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