Ci
sono
luoghi
della
Tuscia
selvaggi,
quasi
inaccessibili,
dove
puoi
girare
per
ore
senza
incontrare
anima
viva.
La
Roccarespampani,
in
territorio
del
comune
di
Monteromano,
è
proprio
così,
un
altopiano
di
circa
2600
ettari
attraversato
da 5
corsi
d'acqua
e
intersecato
da
vallette
adibito
quasi
interamente
a
pascolo
di
bovini
allo
stato
brado.
Uno
spettacolo
della
natura
in
cui
si
scoprono
emergenze
del
passato
che
testimoniano
il
passaggio
della
Storia
e
che
rendono
ancor
più
accattivante
l'escursione
a
piedi.
Si
parte
dall'ingresso
della
tenuta
agricola
sulla
provinciale
che
da
Tuscania
conduce
a
Vetralla
e
dopo
un
paio
di
chilometri
appare
la
sagoma
della
cosiddetta
Rocca Nuova, un massiccio maniero del '600 rimasto incompiuto a causa
dello
spostamento
del
baricentro
dei
nuovi
interessi
rurali
sul
nascente
borgo
di
Monteromano.
Fu
opera
dell’architetto
Canio
Antonietti
e fu
edificato
per
volere
di
Ottavio
Tassoni
d’Este,
Precettore
del
Santo
Spirito.
Così
testimonia
una
lapide
posta
sull’architrave
dell’ingresso
principale
datata
1607,
la
quale
ci
dice
anche
che
questo
nuovo
castello
fu
eretto
per
sostituire
un
antico
maniero,
quello
della
“Rocca
Vecchia”.
Il
palazzo
svolse
la
sua
funzione
di
ospitare
il
governatore
e
alcune
famiglie
di
contadini
solo
per
un
breve
periodo.
L'inquilino
più
famoso
fu
un
certo
fra
Cirillo
che
il
Campanari
definisce
:
"Uomo
insolente
e di
mala
condizione
e
misleale
[…]
spergiuro
e
traditore»;
e
sembra
che
fu
lui
a
munire
la
Rocca
Nuova
con
«gagliarde
fortificazioni
e
spingarde
gettate
in
ferro
[…]»;
Scendendo
a
valle
attraversiamo
il
torrente
Traponzo
grazie
ad
un
imponente
ponte
che
porta
il
nome
dello
stesso
fra
Cirillo
e
che,
secondo
una
leggenda,
fu
costruito
nell'arco
di
una
sola
notte.
Il
sentiero
a
destra
dopo
il
ponte
conduce
alle
rovine
della
Roccaccia,
la Rocca Vecchia, tra le quali spicca il bel campanile a vela. L'insediamento,
costruito
su
uno
sperone
tufaceo
alla
confluenza
dei
torrenti
Traponzo
e
Catenaccio,
risale
all'XI
secolo
e i
primi
proprietari
di
cui
si
ha
notizia
scritta
sono
gli
Spampani
di
Tuscania
(da
cui
il
nome
Respampani).
Nel
1170
rientra
nei
possedimenti
di
Guitto
di
Offreduccio,
signore
di
Vetralla,
che
in
quell’anno
lo
donò
alla
città
di
Viterbo.
Più
tardi
verrà
ceduta
ai
due
nobili
di
Tolfa,
Guido
e
Nicola,
contro
i
quali,
nel
1198,
si
scaglia
papa
Innocenzo
III
(1198-1216)
con
l’intenzione
di
togliere
loro
il
castello,
dato
lo
scorretto
comportamento
che
questi
tennero
nei
confronti
dei
pellegrini
che
transitavano
lungo
la
via
Clodia
diretti
a
Roma.
Seguirà
un
interminabile
passaggio
di
mani
conseguenza
di
cruente
battaglie
tra
signori
e
signorotti
che
imperversavano
in
quei
tempi
in
terra
di
Tuscia.
Il
castello
fu
venduto
nel
1456
da
papa
Callisto
III
(1455-
1458)
all’Ospedale
di
Santo
Spirito
in
Saxia
e
restò
in
suo
possesso
fino
al'età
recente,
quando
passò
nelle
pertinenze
del
comune
di
Monteromano.
Torniamo indietro fino al ponte di fra Cirillo e stavolta
prendiamo
il
sentiero
centrale,
quello
che
sale
addentrandosi
nel
bosco.
Dopo
una
buona
camminata
si
esce
allo
scoperto
nell'altopiano
utilizzato
come
Poligono
Militare;
seguendo
la
strada
battuta
dopo
alcune
centinaia
di
metri
si
scorge
sulla
sinistra
il
pianoro
di
Norchia con l'inconfondibile sagoma delle rovine della chiesa di S.
Pietro
e
del
castello
dei
Di
Vico.
Siamo
arrivati
alla
nostra
mèta,
l'ingresso
della
Cava
Buia,
una
tagliata
di
400
metri
risalente
al
II-I
secolo
a.C.,
che
è
proprio
al
termine
di
una
lunga
fila
di
alberi
che
si
frastaglia
e si
affaccia
sull'altopiano.
Molti
autori
assimilano
la
Cava
Buia
a un
tratto
dell'antica
via
Clodia,
ma
la
scarsa
larghezza
(2,1
metri)
è in
contrasto
con
questa
ipotesi
ed è
molto
più
probabile
si
trattasse
di
una
strada
secondaria
ad
uso
locale.
Il
luogo
è
veramente
pieno
di
fascino,
buio
e
delimitato
da
due
rupi
di
una
decina
di
metri
d'altezza.
La
vegetazione
in
alto
fa
da
barriera
alla
scarsa
luce
che
vorrebbe
penetrare
fino
al
fondo
stradale
dove
sono
incisi
i
segni
dei
mezzi
di
trasporto
di
oltre
duemila
anni
fa.