C’è
una
Tuscia
nascosta,
misteriosa,
per
taluni
esoterica,
che
solo
oggi
emerge
alla
conoscenza
da
millenni
di
oscurità,
incuria
e
abbandono.
Il
folto
delle
macchie
e
l’asperità
dei
luoghi,
spesso
assai
appartati
e
non
sempre
agevolmente
accessibili,
hanno
sottratto
agli
sguardi
e
all’interesse
di
appassionati
e
studiosi
come
pure
di
semplici
visitatori
e
curiosi
monumenti
insoliti,
strani,
talvolta
unici.
I
massi
di
pietra
lavica
in
cui
sono
forgiati
e la
protezione
offerta
da
ubicazioni
recondite
hanno
consentito
a
queste
straordinarie
testimonianze
di
tempi
e
popoli
remoti
di
pervenire
fino
a
noi
inalterate,
offrendoci
la
muta
evidenza
del
loro
affascinante
mistero.
La
zona
è
una
sorta
di
triangolo
magico
che
trova
i
suoi
vertici
nei
comuni
di
Bomarzo,
Soriano
nel
Cimino
e
Vitorchiano.
Un
territorio
impervio
e
selvaggio,
caratterizzato
da
valli
scoscese
frapposte
tra
aspri
pianori
tufacei
i
cui
ripidi
fianchi
strapiombano
sui
letti
di
fossi
e
torrenti.
Un
tripudio
di
macchie,
declivi
ed
umidi
anfratti,
rifugio
di
volpi,
cinghiali
e
spinose.
Qui
l’uomo
non
ha
mai
posto
stabilmente
le
sue
basi:
i
luoghi
risultano
tutt’oggi
poco
o
nulla
antropizzati;
solo
qualche
fatiscente
casale
o
modeste
costruzioni
di
supporto
all’agricoltura
e
all’allevamento
del
bestiame
punteggiano
i
campi
dove
piantagioni
di
noccioleti
contendono
gli
spazi
all’abbraccio
dei
boschi.
Ma
la
cosa
che
maggiormente
colpisce
l’escursionista
è la
presenza
a
valle,
o in
apparente
precario
equilibrio
sui
tormentati
versanti,
di
un
impressionante
numero
di
enormi
massi
tufacei,
evidentemente
distaccatisi
ab
antiquo
dai
sovrastanti
pianori
a
causa
dei
movimenti
tellurici
e
dell’azione
corrosiva
dell’acqua
e
del
vento,
e
rotolati
giù
nei
valloni,
quando
non
artatamente
trattenuti
da
ostacoli
lungo
il
loro
percorso.
Può
apparire
naturale
e
perfino
conveniente
che
qualcuno
in
un
passato
non
ancora
del
tutto
definito
abbia
voluto
scolpire
queste
emergenze
lapidee
per
trarne
monumenti
funebri
o
altari.
Tombe,
are
o
altro
che
siano
i
monumenti
rupestri
tra
i
Monti
Cimini
e la
Valle
del
Tevere
che
sprigionano
un
fascino
del
tutto
particolare
e ci
pongono
muti
e
inquietanti
interrogativi.
Chi
vede
per
la
prima
volta
il
cosiddetto
“secondo
sasso
del
predicatore”
nella
Selva
di
Malano,
tra
Bomarzo
e
Soriano
nel
Cimino,
potrebbe
provare
la
stessa
attonita
sorpresa
dei
primati
che
nel
capolavoro
di
Kubrick
“2001
Odissea
nello
spazio”
scoprono
il
famoso
monolite
nero
che
lancia
segnali
verso
Giove.
In
mezzo
ad
una
vegetazione
lussureggiante
si
erge
solitario
e
incongruo
questo
cubo
di
pietra
dalla
base
modanata
insistente
su
un
alto
basamento,
abbastanza
ampio
da
ospitare
i
gradini
di
una
breve
scalinata
laterale
di
accesso
alla
sommità
del
“cubo”.
Irresistibile
la
tentazione
di
salirvi
per
trovarsi
su
una
piccola
piattaforma
che
apre
lo
sguardo
verso
un
orizzonte
infinito.
Ma
l’autentica
meraviglia
di
questa
serie
di
singolari
architetture
rupestri
è la
cosiddetta
“Piramide”
di
Bomarzo:
viene
da
chiedersi
come
sia
possibile
che
un
tale
monumento
-
unico
nel
suo
genere
-
sia
rimasto
per
secoli
sconosciuto.
Il
nome
che
gli
è
stato
attribuito
è
dovuto
al
fatto
che
il
ciclopico
macigno
posato
su
un
costone
del
bosco
in
località
“Rocchette”,
saldamente
sostenuto
da
altro
enorme
masso
che
poggia
sul
declivio
della
scarpata
compensando
il
dislivello,
ha
una
forma
vagamente
piramidale.
Così
pure
l’insieme
potrebbe
richiamare
alla
mente
una
sorta
di
piramide
azteca.
Arrivarci
non
è
scontato:
due
volte
i
nostri
tentativi
sono
andati
a
vuoto.
Poi
ci
siamo
trovati
lì,
al
cospetto
di
questo
immane
masso
di
peperino
che
mani
misteriose
duemila
e
più
anni
fa
hanno
sapientemente
intagliato
fino
a
ricavarne
una
lunga
scalinata
e
due
vani
fiancheggiati
da
scale
laterali
per
accedere
ad
una
piattaforma
balaustrata.
Ancora
l’emozione
di
salire
fino
al
sommo
per
provare
quel
senso
di
infinito,
con
lo
sguardo
libero
di
spaziare
oltre
la
regione
del
Tevere,
verso
l’Umbria
e
oltre
ancora.