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RADICOFANI AD ACQUAPENDENTE |
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ACQUAPENDENTE
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Home La via Francigena nella Tuscia |
Foto di Giacomo Mazzuoli |
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di Paola Panetti |
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Veduta di
Acquapendente |
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La Basilica del S. Sepolcro |
La Torre del Barbarossa |
La chiesa di S. Antonio e S. Caterina |
Il Palazzo Vescovile |
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La cripta del S. Sepolcro |
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Sulle origini di Acquapendente non esistono
notizie certe. Dai documenti esistenti si può ipotizzare una
probabile nascita del nucleo urbano originato da un "vico"
di nome Arisa, formatosi attorno la pieve di Santa Vittoria tra
il IX e il X secolo, lungo la via Francigena. L’ubicazione
sull’importante strada medioevale fece sviluppare ben presto il
piccolo borgo, che nel 964 ospitò l’imperatore Ottone I il quale
risiedette in Acquapendente spedendovi vari diplomi e siglandovi
alcuni trattati di pace. Con la donazione, da parte di Matilde
di Canossa, di tutti i suoi beni alla Chiesa, Acquapendente
entra a far parte del Patrimonio di San Pietro ed è posta sotto
la diocesi di Orvieto. Sono di questo periodo le prime guerre
tra Orvieto ed Acquapendente che non voleva sottostarle;
probabilmente perché la città aveva ormai raggiunto una certa
importanza dovuta alla sua posizione strategica tra Marchesato
di Toscana e Patrimonio di San Pietro.
Per quel che riguarda l’impianto
urbanistico della città sviluppatosi sino al XII secolo, si può
ipotizzare che questo occupasse le alture contrapposte divise
dal torrente del Rivo che scorreva nella valle. A destra del
corso d’acqua si trovavano il castello, l’abbazia del Santo
Sepolcro e, forse, un borgo nato intorno alla chiesa di Santa
Maria consacrata nel 1149; a sinistra si estendeva l’abitato che
dalla primitiva pieve di Santa Vittoria si era sviluppato sul
crinale dei colli fino al poggio del Massaro, ai piedi del quale
si apriva la porta verso Siena. Da questo accesso aveva origine
il tratto urbano della Francigena che, attraverso un tortuoso
ingresso, andava per la Rugarella passando davanti la fonte del
Canale e poi per la piazza della Comunità e la vicina fonte del
Rigombo, proseguendo dritta verso la porta che conduceva a Roma.
La tradizione storica riporta un altro evento molto importante
per le vicende urbane di Acquapendente, inquadrabile nel periodo
delle lotte tra papato e impero; si tratta del "Miracolo della
Madonna del Fiore" datato 1166, in seguito al quale gli
aquesiani si sarebbero ribellati alla dominazione del
governatore imperiale. Così distrutto il castello, simbolo e
struttura garante del sistema feudale, si cominciò (secondo la
testimonianza del 1588 di Pietro Paolo Biondi) “a fabbricare
nella valle per la commodità dell’acque et per levare la selva,
che vi era grande”. Questo evento segna un momento di grande
trasformazione nel tessuto urbanistico della città per cui il
vecchio tratto urbano dell’antica Francigena cadde in disuso,
venendo relegato a semplice trama viaria secondaria, a favore di
un più moderno e funzionale asse di scorrimento veloce. La nuova
strada entrando da porta della Ripa ed uscendo dalla porta
Romana, raccordava due direzioni polari esterne fisse (la via
per Siena e quella per Roma) e costituiva un vero e proprio
percorso conoscitivo della città da nord verso sud, assumendo un
andamento curvilineo. Il XIII secolo è segnato, per la città di
Acquapendente, dal susseguirsi di conflitti tra Papato ed
Impero, da un lato, e dalle continue guerre dovute alle
ingerenze orvietane, dall’altro. Il XIV secolo è caratterizzato
da una grande confusione per tutti i territori appartenenti alla
chiesa, a causa dell’esilio dei papi ad Avignone. Con il ritorno
del papa a Roma, la comunità di Acquapendente riacquistò
lentamente i propri diritti di autogoverno, definiti in un
capitolato redatto sotto il pontificato di Eugenio IV nel 1443.
Dopo il 1550 la città perderà alcuni
privilegi che avevano contraddistinto la sua autonomia nel ‘400,
ma il fenomeno non riguarderà solo Acquapendente e riguarderà
tutte le comunità del Patrimonio di San Pietro, a causa del
rafforzamento del governo centrale. Ad Acquapendente
vennero costruiti in questo periodo i più bei palazzi sulla
piazza e sulle vie principali, quali palazzo Fidi, palazzo
Viscontini, il palazzo Vescovile che si sostituirono alla
precedente edilizia a schiera di epoca medievale. La città, nel
corso della crisi generale successiva all’epoca rinascimentale,
conoscerà ancora periodi difficili, aggravati da nuovi conflitti
nel 1641, con l’inizio della guerra di Castro, allorché
Acquapendente verrà dapprima saccheggiata dalle truppe di
Odoardo Farnese e successivamente dall’esercito del Papa accorso
per scacciare gli invasori. Dopo la pace stipulata tra Odoardo
Farnese ed il Papa Urbano VIII, la disputa riprese nel 1644 con
il nuovo Papa Innocenzo X che ordinò l’assedio e la distruzione
della città di Castro. A seguito di questo evento la sede
vescovile, con bolla del pontefice, fu trasferita ad
Acquapendente e la basilica del Santo Sepolcro divenne
Cattedrale. Dopo la rivoluzione francese, Acquapendente è una
tra le prime città ad instaurare autonomamente e con libere
elezioni, un ordinamento repubblicano che rimarrà in atto fino
al termine della Repubblica Romana nel 1799. Con l’avvento
dell’ottocento Acquapendente conoscerà una ripresa economica e
culturale che si manifesterà nel settore edilizio, soprattutto
dopo l’annessione al regno d’Italia, anche con varie costruzioni
a carattere pubblico, come con la riedificazione del nuovo
palazzo municipale, approvata nel 1876, e la costruzione delle
carceri mandamentali, terminata il 4 marzo 1876; seguirono la
sistemazione della piazza S. Agostino, l’allargamento ed
allineamento della via dei Casalini, il restauro stilistico
della Torre dell’Orologio, detta del Barbarossa, la costruzione
dei pubblici lavatoi e delle fonti.
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Basilica del S. Sepolcro.
La fondazione della
basilica è da far risalire, secondo la tradizione, a Matilde di
Westfalia (895-968), madre di Ottone I il Grande, la quale, in viaggio
dalla Germania verso Roma, fece sosta ad Acquapendente e qui, spinta
dagli eventi e da un sogno premonitore, ordinò di far costruire la
chiesa. Originariamente a forme romaniche la basilica del S. Sepolcro ha
subito, nel tempo, diverse trasformazioni fino al secolo XVIII quando,
in conformità con i canoni del barocco settecentesco, venne interamente
ricostruita la facciata e sostanzialmente modificata la navata centrale.
Il suo interno si sviluppa su tre livelli: il superiore del transetto
con l’altare centrale e le cappelle di S. Ermete e del Sacramento; il
mediano con le tre navate; l'inferiore con la cripta romanica del XI
secolo. La struttura originale della chiesa ritornò alla luce durante i
lavori di restauro che si resero necessari dopo i bombardamenti della
seconda guerra mondiale rivelando che anticamente le navate erano divise
da due file di pilastri che differivano nella forma e nel numero
(quattro a sinistra tre a destra). Di questi pilastri rimangono sulla
sinistra, a terra, le quattro basi di diversa fattura “a croce lobata”,
“circolare” ed “esagonale” e sulla destra il primo dei pilastri di forma
ottagonale a mattoni.
Sopra al portale d’ingresso spicca una nicchia dove è collocata una
copia del busto di Papa Innocenzo X, il cui originale opera dello
scultore Alessandro Algardi e risalente al 1652, è conservata nei locali
del palazzo vescovile recentemente ristrutturato.
La cripta del S. Sepolcro costituisce, per
il gioco di colonne ed archi e per la sua antica origine (seconda metà
del X secolo), uno degli esempi più caratteristici ed importanti di
cripte romaniche in Italia. Occupa lo spazio sottostante il transetto e
l’abside della omonima cattedrale; le 24 colonne che la costituiscono
suddividono la pianta in nove piccole navate, coperte da volte a
crociera costolonate, che formano una caratteristica “T”. La peculiare
forma dei capitelli e le proporzioni delle colonne rispetto alla volta
suggeriscono l’ipotesi che la costruzione si sia protratta nel tempo,
fino alla fine del secolo XI, visto il contrasto esistente tra la
barbara complessità dei capitelli delle colonne in pietra dura e le
strutture delle volte a crociera in tufo. Le decorazioni dei capitelli
sono dominate da figure zoomorfe che si alternano con grandi varietà di
soggetti e forme tra le quali uccelli, composizioni vegetali, teste di
ariete. Al lato della scalinata di accesso di sinistra sono visibili
resti di affreschi del XIII-XV secolo: una Natività e le figure di Santa
Caterina d’Alessandria e S. Michele Arcangelo; al centro della cripta,
una doppia scalinata, scavata nella pietra, permette di raggiungere il
sacello a forma di piramide rettangolare, riproducente il S. Sepolcro di
Gerusalemme, con la presenza nel tabernacolo interno, di pietre
incastonate che, secondo la tradizione, sarebbero state bagnate dal
sangue di Cristo durante la Passione, come attesta una iscrizione latina
posta nel muro davanti all’apertura del sacello.
Consacrata nel 1149
dal Vescovo di Orvieto Aldobrandino, la chiesa di San Francesco
venne affidata ai minori conventuali nel 1253. In origine a forme
gotiche, fu poi rimaneggiata nel 1747 secondo canoni barocchi. A fianco
della facciata si trova il campanile del 1506, eretto su progetto di
Raffaele da Prato con bifore ai primi due piani e monofore all'ultimo,
completato soltanto nel 1934.
All’interno, nel secondo altare di destra, si conserva un crocefisso in
legno del XIII secolo attribuito a Lorenzo Maitani mentre nel secondo
altare di sinistra si trova una statua dorata dell’Assunta, opera del
fiammingo Carlos Duames della fine del '600. Lungo il perimetro della
chiesa sono dislocate quattordici statue lignee di ottima fattura,
intagliate nel 1751 da Giovanni Bulgarini da Piancastagnaio, le quali
rappresentano a grandezza naturale i dodici apostoli e i santi Giuseppe
e Giovanni Battista.
Intorno
all'antica pieve di S. Vittoria si sviluppò il primo nucleo
abitativo della città Acquapendente. Nel 1588 Acquapendente apparteneva
alla diocesi di Orvieto e S. Vittoria aveva il titolo di chiesa priorale
che tenne fino a quando, nel 1649, la chiesa del S. Sepolcro venne
elevata a Cattedrale e dichiarata capoluogo di diocesi. Nell’abside è
custodita la statua lignea della Madonna del Fiore opera di Giovanni
Bulgarini di Piancastagnaio (1751). La forma architettonica attuale si
deve alle ristrutturazioni attuate nell’800 dal Meluzzi.
La Torre Julia de' Jacopo, già Porta S.
Sepolcro, fu così chiamata in onore della fanciulla aquesiana, che il 18
gennaio 1550, con la sua prontezza, riuscì a bloccare l'ingresso ai
soldati nemici.
Oggi, la Torre, che sembra ancora posta a guardia del paese, ospita al
piano terra il centro visite della Riserva Naturale Monte Rufeno, un
punto informativo e un punto vendita di prodotti tipici e
dell'artigianato locale. Al piano superiore della Torre Julia de’
Jacopo, si trovano dei locali in cui sono stati raccolti ed esposti
reperti di ceramica medievale frutto degli scavi condotti nel centro
storico di Acquapendente dalla sede locale dell'Archeoclub d'Italia. Gli
scavi effettuati nel centro storico, hanno portato alla luce reperti che
testimoniano quella che fu l’antica tradizione ceramica aquesiana, sin
dal XIII secolo. Il museo ospita gli importanti, e tipologicamente vari,
reperti di maiolica arcaica, dipinti in ramina e manganese con stemmi
araldici, figure umane e antropomorfe, motivi vegetali e geometrici, che
sono stati rinvenuti negli scavi dell’ex convento di S. Agostino in
Acquapendente. L’esposizione dei numerosi reperti è preceduta da una
sezione che illustra la storia e le tecniche ceramiche aquesiane.
Vuole la tradizione
che sia l'ultima vestigia dell'antico castello di Federico I Barbarossa
in cui risiedeva il suo governatore Guelfo VI, scaricato dalla
popolazione in seguito alla ribellione del 1166. La torre compare
fin dalla prima stampa della città (1572) proprio in cima al colle che
domina sulla sinistra il paese mentre è assente sulla stampa a volo
d'uccello del Guicciardi (1582) per poi ricomparire con tanto di
orologio nella riedizione del De Rossi (1686). La forma attuale della
torre è dovuta ai rifacimenti dell’Ottocento che hanno aggiunto la cella
campanaria ed i merli. Il parco che si sviluppa tutto intorno alla torre
si è venuto formando nel secondo dopoguerra dopo esser stato per tutto
l'ottocento coltivato ad orto, a seminativo ed a vigneto da parte di
vari proprietari tra cui i frati di S. Francesco e S. Agostino, la
confraternita della Buona Morte, del S. Sacramento ed altri enti e
privati cittadini. Le specie arboree presenti sono in prevalenza pino
domestico e marittimo, con numerosi cipressi, ippocastani e cedri del
libano; non è inconsueto scorgere sulle cime alberate anche degli
scoiattoli ed è il luogo più adatto per ammirare delle panoramiche sul
paese. Negli ultimi mesi nel parco è stato allestito un percorso
sportivo, ideale per chi vuole mantenersi in forma all’aria aperta senza
troppi disturbi.
Acquapendente è stata fin dalle sue origini, una
terra ricca di sorgenti naturali, che scaturiscono al contatto dei
depositi tufacei con le colate laviche sottostanti. Come risulta dagli
scritti del Biondi, cronista locale del XVI sec., queste sorgenti
all’inizio erano raccolte in fosse ed erano utilizzate solo per gli
animali, mentre dove scaturiva, l’acqua era perfettamente limpida e
potabile. Le due fonti, che appunto si trovano all’interno della città,
originariamente si chiamavano del Rigombo e delle Sugarelle. Quella del
Rigombo deriva dal latino “recumbere ”, ossia riposarsi, ma anche
sostare, volendo intendere che la fonte era luogo di interruzione del
cammino per il viaggiatore e per la sua cavalcatura. La denominazione
“Mascheroni” entrò in uso quando la fonte venne inquadrata
architettonicamente dal Meluzzi, con lesene e cornicioni, ponendo delle
maschere grottesche intorno ai cannelli dell’acqua.
Palazzo
vescovile.
Con la distruzione della città di Castro e l'erezione della nuova
diocesi di Acquapendente la città divenne sede vescovile e la bolla del
13 Novembre 1649 di Innocenzo X ne ufficializzò la costituzione. La
comunità, con il concorso delle confraternite, acquistò e offrì al
vescovo il palazzo della famiglia Oliva.
La forma attuale è dovuta ai restauri effettuati alla fine del '600 e
agli ampliamenti operati dal nella metà del '700. Nel portale principale
di ingresso si può leggere la scritta ".ALFONSUS. ARCHIEPS. AMALF. S. D.
N. PP. SACR. 1544" che ricorda appunto il primo proprietario del
palazzo. Un recente restauro della struttura ha consentito di destinarne
una parte a Museo Civico Diocesano.
Percorrendo via
Roma, dietro la chiesa di S. Agostino si trova la chiesetta di S.
Antonio Abate e S. Caterina. La facciata che risale a più di un
secolo fa fu costruita su progetto dell’architetto Guglielmo Meluzzi e
già dal bozzetto eseguito nel luglio 1875 si evidenzia la volontà di
riprendere i motivi plastici del piano terra del vicino campanile di S.
Agostino. Al centro della facciata si apre un grosso finestrone a occhio
di bue. Sotto il finestrone si leggono le parole “ D.O.M in HONOREM SS.
Antonii Ab. et Catharinae V.M. aedes dicata” (chiesa consacrata a Dio
ottimo massimo in onore dei santi Antonio abate e Caterina vergine
martire). |