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Particolare del
teatro di Ferento |
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Erato,
musa della poesia erotica |
Euterpe, musa della poesia lirica |
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Erano nove sorelle, si chiamavano Clio, Euterpe, Talia,
Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania e Calliope: nomi
difficili da pronunciare e ancor più da rammentare.
Per questo tutti le ricordano semplicemente come le
“muse”. Erano figlie di Zeus e con lui condividevano, uniche tra
le divinità, il privilegio di fregiarsi dell'appellativo di
“olimpiche”: una bella soddisfazione!
Con il loro canto e la danza allietavano i banchetti
degli dei sotto l'egida di Apollo, sempre attente si intende a
non fargli ombra, memori della finaccia che il suscettibile dio
aveva fatto fare a Marsia, scorticato vivo per aver osato
sfidarlo in una gara musicale.
I poeti le invocavano all'inizio delle loro opere, per essere
assistiti e sostenuti nella narrazione e per mantener sempre
viva l'ispirazione: così Omero nel primo verso dell'Iliade e
dell'Odissea; così
Shakespeare
nel prologo dell'Enrico V; e così pure Dante, all'inizio del
secondo canto dell'inferno. Ma conosciamole meglio, queste
vezzose e fascinose inquiline dell'Olimpo, perché pur essendo
tutte legate all'arte e alla poesia, ognuna di esse aveva una
sua “specializzazione” di cui era custode gelosa. Clio,
il cui nome significa “render celebre, glorificare”, era la musa
della storia e a lei si rivolgeva chi si accingeva a raccontare
le grandi imprese del passato; suoi attributi sono il dittico
(una sorta di taccuino costituito da due tavolette spalmate di
cera e rilegate a libro) e lo stilo con cui scrivere.
Euterpe, ovvero “colei che dà piacevolezza”, è la
musa della poesia lirica: il suo attributo è il flauto doppio.
Talia, vale a dire “fiorente, florida”, è sempre
effigiata sorridente e allegra, come s'addice alla commedia di
cui è musa; tiene in mano una maschera comica e porta in testa
una corona d'edera. A Melpomene, il cui nome richiama il
canto, si addice invece un'espressione austera, essendo la musa
della tragedia: è raffigurata con una maschera tragica e
talvolta un bastone. Tersicore, ovvero “colei che ama la
danza”, rivela nel nome il suo patronato: è coronata di alloro e
stringe tra le mani la lira, da cui trae meravigliosi accordi.
Erato, la più passionale del gruppo, è musa della poesia
erotica: non a caso il suo nome significa “colei che suscita
desiderio”; coronata di rose e mirto, suona la lira ed è
scortata da un amorino munito d'arco e faretra. Urania,
ovvero la celeste, è la musa dell'astronomia: vestita
d'azzurro e con la testa cinta di stelle indica con un dito il
cielo; talvolta sostiene o è vicina a un globo. Infine
Calliope, che vuol dire “dalla bella voce”: è la musa della
poesia epica e ha come attributi il dittico e lo
stilo. E' proprio a lei che si rivolge Omero all'inizio
dei suoi poemi. Era la maggiore delle nove sorelle, e per questo
portata come esempio di maturità e saggezza, seppur con un
trascorso non proprio commendevole: aveva infatti giaciuto con
il padre Zeus, generando nove figli alquanto sregolati. Li
chiamavano i “Coribanti”, poiché dediti a danze sfrenate e
oltremodo licenziose in onore di Cibele, durante le quali si
lasciavano andare a gesti di autolesionismo, eccitati dal ritmo
incalzante ed ossessivo dei tamburi.
Ma cosa c'entrano, dirà qualcuno, le muse con il sito di Ferento?
E' presto detto: le statue delle figlie di Zeus e Mnemosine, dea
della memoria, adornavano con grande pregio artistico e
straordinario impatto visivo l'ordine inferiore della scena del
teatro di Ferento. Erano poste in otto
nicchie appositamente ricavate nella struttura
architettonica, o edificio scenico, che faceva da sfondo
all'orchestra, ovvero il luogo ove, unitamente al proscenio,
avvenivano le rappresentazioni. Tutto chiaro, quindi. Qualcosa
tuttavia non torna: ho scritto “otto”... ma le muse non erano
nove? Chi manca all'appello e, soprattutto, che fine ha fatto?
Già questo rappresenta un piccolo giallo. Ma, ripercorrendo la
storia degli scavi e del ritrovamento delle statue, vedremo che
non è il solo. La
prima questione posta non comporta difficoltà di sorta: i più
attenti, anche solo in virtù di un confronto con l'elenco
iniziale, si saranno già resi conto che all'appello manca
Polimnia, musa del mimo o pantomima, il cui nome significa
“dai molti inni”. Suoi attributi sono un ampio velo o mantello e
una corona di perle. La sua assenza sul frontescena non può
giustificarsi con l'esigenza di un pur esasperato rispetto del
principio di simmetria (nove è numero dispari): altre statue
infatti decoravano l'impianto scenico, in particolare i fianchi
e il secondo ordine dell'edificio. Tra queste il Pothos, ovvero
la rappresentazione nelle forme delicate e flessuose di un efebo
alato del desiderio d'amore per chi è lontano, a sua
volta al centro di un ulteriore piccolo giallo, come
vedremo. Si potrebbe a questo punto pensare che Polimnia sia
stata esclusa in quanto la pantomima costituiva un genere
teatrale meno “nobile” rispetto alla tragedia o alla commedia e
magari poco o niente praticato nel teatro di Ferento. Ma non
disponiamo di ulteriori elementi in tal senso e dovremo forse
semplicemente concludere prendendo atto di questa lacuna. C'è
chi però a questa mancanza ha cercato di porre rimedio ed è
propriamente Luigi Rossi
Danielli, ovvero l'archeologo viterbese che negli scavi
condotti su committenza privata negli anni 1901-1902 riportò
alla luce le otto statue, sepolte in frammenti nella fossa
scenica. Il Rossi Danielli riteneva infatti che Polimnia fosse
identificabile nella statua che, secondo le più recenti
acquisizioni, rappresenta Clio; mentre quest'ultima era stata
identificata dall'illustre studioso nell'attuale Euterpe. Ma
comunque si girino le carte sempre una musa viene a mancare.
Fatto sta che tutti i reperti furono acquisiti dallo Stato e
portati nel Museo Archeologico di Firenze dove furono esposti,
in modo tutt'altro che adeguato, in un'ala del giardino. La
permanenza in terra toscana si protrarrà per oltre ottant'anni,
nonostante qualche tentativo di recupero delle sculture da parte
della municipalità di Viterbo verso la fine degli anni venti. In
buona sostanza si avviò una trattativa con la Soprintendenza
alle Antichità dell'Etruria che esigeva uno scambio di reperti
per la restituzione delle statue, ma il tentativo non andò a
buon fine. Dopo i disastrosi eventi dell'alluvione di Firenze
dell'autunno del 1966 sembrò aprirsi uno spiraglio che tuttavia
si concretizzò solo nel 1984, allorché le otto muse ritornarono
finalmente a Viterbo per essere collocate nella loro attuale
sede presso il Museo Archeologico Nazionale della Rocca Albornoz.
In questo via vai di musei tuttavia un paio di muse ci rimisero
la testa: secondo la testimonianza del Rossi Danielli infatti,
confortata dalle foto degli scavi, Melpomene e Tersicore
partirono per Firenze integre e come tali furono all'arrivo
inventariate, salvo poi risultare acefale nell'esposizione
museale. Chissà che fine hanno fatto le due teste, forse
“decollate” nella fase di allestimento e magari depositate in
qualche magazzino museale. Peggio andò comunque a Calliope,
talmente frammentata già al ritrovamento che la parte più grande
che si conserva è una mano che regge un rotolo.
E veniamo al pezzo forte della collezione, un autentico
capolavoro della statuaria antica assai poco conosciuto e ancor
meno valorizzato: si tratta, come accennato, di un adolescente
nudo e alato in cui è stato riconosciuto il Pothos,
personificazione del desiderio erotico inappagato per l'assenza
della persona amata. Ritenuto comunemente una replica di un
originale greco del IV sec. a.C. il cui autore è Skopas,
dominava il teatro di Ferento, e quindi anche le muse, da un'
edicola dell'ordine superiore dell'edificio scenico. La
straordinarietà di questo reperto, datato come le muse al
secondo secolo d. C. e anch'esso rinvenuto nella fossa scenica,
è data dalla sua integrità e da un particolare che lo tinge di
giallo. Conserva infatti non solo la testa, le braccia, le mani,
le dita dei piedi nonché le pudenda ma, caso
pressoché unico tra le circa quaranta copie pervenute del
capolavoro greco, anche un bel paio di ali. Quello che più
sorprende tuttavia è che il Pothos di Ferento è una sorta di
modello speculare di tutti gli altri conosciuti. Intanto è
scolpito in posizione eretta, e non inclinata lateralmente come
di consueto. Poi, soprattutto, poggia sulla gamba sinistra che è
perfettamente tesa, con la pianta del piede ben salda al suolo;
la gamba destra è invece piegata a croce di S. Andrea
sull'altra, con il piede che aderisce con le sole dita al
basamento. Tutte le
altre repliche invece sono inclinate verso sinistra, con il peso
del corpo che grava interamente sulla gamba destra. A cosa
attribuire questa variazione? non certo a negligenza o errore
dell'autore: tutti gli altri attributi infatti, come il
voluminoso panneggio sospeso al braccio e ricadente su un'oca,
sono al posto giusto (seppur speculari). Non solo:
nell'esemplare viterbese spicca l' androginia del volto, dai
tratti femminei e delicati,
accentuata dalla caratteristica acconciatura a “spicchi
di melone” (melonen frisur). Come interpretare tutto ciò?
Non sarà che il Pothos viterbese si riferisce ad un desiderio
d'amore eterodosso, inverso, rispetto a quello
tradizionale? Chissà, non ho altri elementi per ritenerlo. Ma
avevo avvertito che c'era di mezzo un piccolo giallo.
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