La Tomba dei numeri e le grotte del "Lagaccione"

Alla scoperta di sempre nuove meraviglie

 

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di Giuseppe Moscatelli

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Abbiamo più volte riferito che la Tuscia è uno scrigno inesauribile di tesori inestimabili e ne riceviamo sempre nuove conferme.

La zona oggetto della nostra indagine è quella che, convenzionalmente, possiamo definire del “lagaccione”, ovvero quel tratto di territorio di circa dieci km, attraversato dalla strada provinciale verentana, che da Capodimonte sale verso Valentano. Il versante che dolcemente digrada sulla sponda occidentale del lago è tutto un trionfo di macchie, campi, rivi, greppi e fossi immersi in una natura vergine e, per certi aspetti, ancora selvaggia, se è vero che in pieno giorno vi abbiamo incrociato una volpe e un capriolo, e anche qualche serpente ancora intorpidito per il risveglio dal letargo. La zona è disseminata di grotte e cavità, molte artificiali, scavate cioè da qualcuno in un'epoca non sempre ben definibile e che in virtù di un secolare riuso quali ricovero per greggi o locali di supporto all'agricoltura, protrattosi fino ad oggi, hanno perso o fortemente contaminato quei caratteri peculiari che potevano consentire una loro specifica qualificazione in ambito archeologico. E' innegabile, tuttavia, che questo territorio sia ricchissimo di emergenze e siti archeologici di assoluto interesse e tra questi il grande colombario a due camere con finestrone a picco sul lago sul promontorio di Bisenzio; il mitreo sul lungolago a nord del promontorio; la catacomba paleocristiana nota in zona come il “grottone”, rifugio dei capodimontani  durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale e, più a nord, nel territorio del comune di Gradoli, sempre a ridosso della collina che guarda verso il lago, il ninfeo di recente scoperta. E poi ancora tombe a camera, spesso crollate e inaccessibili, “pestarole” e cisterne, case in grotta e il rudere in opus caementicium di un mausoleo funebre romano del tipo “a torre”.

Ecco che spunta il piede

Croce scacciadiavoli e 'orecchio' nella grotta a casetta

Da sinistra i numeri 10, nove e otto

Da sinistra i numeri cinquanta, dieci e due

Da sinistra i numeri dieci, undici e cento

Da sinistra i numeri uno, dieci e cinque

Tre diversi segni che rappresentano il numero cinquanta

La grotta con anticamera

La grotta ovile e lo scavo abbandonato

Particolare del dromos della grotta con anticamera

Si tratta di luoghi, monumenti e ambienti, pur non particolarmente noti, già censiti e oggetto di studi scientifici. Può sorprendere quindi che un'emergenza come quella che andiamo ad enunciare sia rimasta, a quanto sembra, pressoché sconosciuta alla letteratura.  Portiamoci quindi in una  radura, che qualcuno anche recentemente ha avuto il buon gusto di smacchiare, piccola enclave semi-sommersa in una vegetazione più che rigogliosa. Siamo, credo, sul territorio di Valentano, non lontano dalla frazione “Le Fontane”.  Il sentiero che percorriamo è invaso da una fitta coltre di erbe infestanti che ostacolano il cammino. Alla nostra sinistra, tra il verde intenso delle foglie i cui rami  protendono sul viottolo, scorgiamo il nero cupo dell'imbocco di una piccola grotta. E' poco profonda e piuttosto bassa, poco più di una tana. Ci colpisce sulla parete di fondo una banchina scolpita per tutta la sua lunghezza. Poco più avanti ci inoltriamo per pochi metri nella macchia, seguendo la traccia quasi impercettibile di un calpestio ed eccoci finalmente sulla radura. Davanti a noi si erge il fronte di una modesta scarpata tufacea sulla quale si aprono le gole di alcune grotte. Iniziamo dalla prima, alla nostra destra. E' un piccolo antro dal soffitto annerito e con il pavimento invaso da pietrame, laterizi e residui di riuso. L'apertura è tamponata con selci di tufo che risparmiano un ingresso sormontato da un semplice architrave. Non è escluso che in origine l'accesso fosse chiuso da una porta, ora mancante. Quello che colpisce è la presenza sulla parete di fondo  di un'ampia cavità, sorta di piramide tronca scavata nella roccia, che ha tutta l'aria di essere un focolare, anzi sicuramente lo è visto che, portandoci sotto la nicchia e guardando in alto, si può scorgere la presenza di un stretto e profondo camino che sfocia sulla sommità della collinetta, tant'è che da sotto si intravede il cielo. Ora è chiaro perché la grotta è annerita dalla fuliggine ed è anche evidente che il luogo è stato utilizzato a lungo come rifugio o quantomeno come ricovero non occasionale, probabilmente dagli stessi pastori che adibivano ad ovili le altre grotte. Da quando e fino a quando? Da epoca antichissima, come vedremo; e fino all'altro ieri, se non proprio ieri, come documenta la presenza nelle grotte di numerosi oggetti di uso comune, come ad es. una “ghirba” per il latte e paratie in rete metallica per le greggi. L'ambiente descritto è affiancato da un altro piccolo antro con analogo architrave e tamponatura d'accesso, ma senza camino.

Segue una grotta parzialmente scavata, o meglio un inizio di scavo perché, evidentemente, gli esecutori, per una ragione che non conosciamo, hanno preferito abbandonare il lavoro poco dopo averlo iniziato. La grotta successiva è praticamente un ovile e molto difficilmente si potrebbe sostenere che sia stata in origine una tomba. Semplice ed essenziale nella struttura: poco profonda, un grande ingresso ad arco e volta a botte parzialmente displuviata. E' cosparsa di abbondante paglia e conserva di lato una rete metallica srotolabile che conferma il suo utilizzo assai recente, se non attuale, quale rimessa per il bestiame. Ancora una grotta, decisamente piu' interessante. Più profonda della precedente, ha il soffitto displuviato e, sul fondo, un'ampia e bassa banchina di cui non è chiara la funzione. Anche qui sono depositati attrezzi legati all'allevamento del bestiame: mangiatoie metalliche ed abbeveratoi. La particolarità del soffitto è una sorta di “becco”, molto accentuato sul lato destro, scavato nella roccia per tutta la profondità dell'antro laddove lo spiovente fa perno sulla parete, con effetto a casetta. Sulla parete di fondo, proprio sotto il vertice della displuviatura, è incisa una croce tipo “scacciadiavoli” e, al di sotto, troviamo una sorta di “orecchio” composto da due semicerchi concentrici intagliati  nella roccia,  che potrebbe anche essere di origine naturale.

Ed eccoci alla grotta di maggior impatto, dopo quella che abbiamo definito la “tomba dei numeri”, di cui ci occuperemo di seguito. L'accesso appare monumentale: un grande scavo ad “arco piatto” crea una sorta di ampia anticamera con il soffitto interamente annerito. Un incendio piuttosto virulento deve averlo ridotto in quello stato, e del resto tracce evidenti di combustione sono presenti anche nella parete di fondo dell'anticamera. Sul lato sinistro di questa parete si apre l' accesso alla grotta vera e propria, a sua volta sormontato da un piccolo scavo ad arco con volta a botte, poco profondo e di incerto significato. Potrebbe trattarsi dell'antico dromos (poco più di un cunicolo, invero) di accesso all'antro, tant'è che prosegue senza soluzione di continuità fino al limitare superiore della gola. Ma allora bisognerebbe immaginare che l'anticamera sia stata scavata in epoca successiva, proprio per aprire la grotta e consentire un agevole accesso.  A ciò si potrebbe, non senza fondamento, obiettare che l'opera appare decisamente sovradimensionata rispetto al fine. All'interno sorprende una sorta di architrave scolpito sulla parete di fondo, al di sotto del soffitto lievemente displuviato. Sull'architrave troviamo vari fori,  quelli al centro sembrano delimitare i vertici di una croce. La base dell'architrave, per quasi tutta la sua lunghezza, sovrasta una nicchia cui fa da tetto. Sul lato sinistro della displuviatura della grotta è ancora precariamente presente quello che ha tutto l'aspetto di uno spesso impasto di intonaco, ormai in gran parte distaccato dalla roccia e prossimo a cadere. Un'apertura posta sullo stesso lato, attualmente ostruita con pedane di legno, immette in una grotta di fianco.

Questo è quanto può cogliere in tutta evidenza chi, inoltrandosi nel bosco, entra nella radura. E la tomba dei numeri? Portiamoci sull'estremità sinistra dello spiazzo, laddove il bosco si riprende rigoglioso i suoi spazi. Risaliamo per qualche metro un'agile scarpata frondosa e ci troveremo di fronte  la gola buia di una grande grotta. E' profonda non meno di una decina di metri ed ha regolare struttura a casetta con soffitto displuviato. Per visitarla muniamoci di una torcia perché all'interno il buio è fitto. Il pavimento, verso la parete di fondo, è occupato per oltre un terzo da un'ampia  banchina. Le pareti sono percorse nella parte bassa da una fascia, alta circa un metro, costituita da tagli longitudinali posti a distanza più o meno regolare, raccordati al vertice da una linea orizzontale di scavo abbastanza evidente sui tre lati. Non siamo in grado di formulare ipotesi sulla sua funzione, non potendo neanche escludere che si tratti di elementi meramente decorativi. Puntando la nostra torcia al di sopra di questa fascia vedremo chiaramente emergere, sulle pareti laterali, due serie di segni incisi nella roccia che sembrano, anzi sono, numerali etruschi, frammisti ad altri segni di incerta definizione. Iniziando dalla parete sinistra e avanzando verso il fondo della grotta troviamo un  “dieci” (X), quindi un “undici” (XI), poi un “cento” (Ж), un “cinquanta” (una freccia rivolta in alto con sotto due stanghette), poi ancora un “dieci”, un “due” (II), un “uno” (I), un “dieci”, un “cinque” (λ). Continuando in senso orario, procedendo dal fondo, sulla parete destra abbiamo: un “cinquanta” (una freccia rivolta in alto con due sotto stanghette), poi ancora un “cinquanta” (come prima ma con sotto una sola stanghetta), un altro “cinquanta” (un semiarco convesso verso l'alto), un “dieci”, un  “nove” (IIIIIIIII, grafia invero impropria per i numeri etruschi) e un “otto” (IIIIIIII, vedi considerazione numero precedente). Naturalmente sull'interpretazione dei simboli non potrei mettere la mano sul fuoco, vista la precarietà con cui sono stati rilevati e l'abbondanza dei segni di contorno, tra cui varie croci, che potrebbero equivocarne la lettura. Ma non credo di essere molto lontano dalla realtà. La domanda che tutti ci poniamo a questo punto è: cosa ci fanno tutti quei  numeri in quella tomba (sempre ammesso che si tratti di una tomba)? La risposta non è facile: forse vanno collegati con i segni longitudinali incisi nella parte bassa della parete che sembrano delimitare una serie di settori. Non potrebbe darsi che la grotta (non più tomba) venisse usata come ricovero per il bestiame e i settori numerati servissero come riferimento per il conteggio rapido degli armenti? Chissà… Quello che è certo è il fascino incontaminato di questo ambiente che il mistero della sua decorazione non può che accentuare.

 

                                                                                             Giuseppe Moscatelli

 

 

 

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