Il Mitreo di Bisenzio

 

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di Giuseppe Moscatelli

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Oggi vi proponiamo una visita esclusiva a uno dei siti più misconosciuti e misteriosi della Tuscia: il Mitreo di Bisenzio. Qui, a poche decine di metri dalla spiaggia, in una grotta scavata su un frontone roccioso che guarda verso il lago, i nipoti degli etruschi adoravano il Sole Invitto Mitra, proprio quando il cristianesimo stava trionfando sugli idolatri.

Il culto di Mitra, divinità di origine indo-iranica, si diffuse largamente nei territori dell'impero romano durante il II e il III secolo d.C. propagato dai legionari e reduci delle campagne militari d'oriente. A Roma il suo culto fini col fondersi prima con quello di Apollo, quindi con quello del Sol Invictus, che nel 274  l'imperatore Aureliano aveva ufficializzato attraverso la costruzione  di un tempio cui era preposta una nuova casta sacerdotale: i Pontifices Solis Invicti. Nel 308 la confluenza tra i culti può ritenersi compiuta se è vero che una lapide celebra la ritrovata coesione dell'impero con una dedica al "Dio Sole Invitto Mitra". Nel corso del quarto secolo tuttavia la diffusione del cristianesimo favorita da Costantino avviò il mitraismo ad una crisi irreversibile che neanche i tentativi compiuti da Giuliano di ripristinare la religione tradizionale romana poterono arginare. Nel 391 infine l'imperatore Teodosio, vietando con un editto qualsiasi culto diverso da quello cristiano, pose fine al mitraismo come pure ad ogni residuo rito pagano.

Il culto di Mitra, pur affondando le sue radici nel millenario humus indo-iranico, si presenta a Roma con caratteri nuovi e originali rispetto alla tradizione del mitraismo orientale. A Roma Mitra è sempre rappresentato come un giovane guerriero intento nella tauroctonia, ovvero l'uccisione rituale del toro. Ha in testa il caratteristico berretto frigio e indossa una corta ed ampia tunica su un paio di brache; un mantello svolazzante sulle spalle accentua il dinamismo dell'azione. Il giovane dio immobilizza il toro premendo sul suo dorso la gamba sinistra piegata mentre con la destra interamente distesa  gli blocca una zampa; nel contempo con la mano sinistra afferra la testa del toro e la tira con vigore all'indietro mentre con la destra affonda il pugnale nella sua gola, volgendo lo sguardo di lato o dietro di sé.  La complessa simbologia iconografica è arricchita dalla presenza di un cane e di un serpente che si abbeverano alla ferita, da cui zampillano fiotti di sangue e talvolta spighe di grano, mentre un grosso scorpione con le sue chele aggredisce i testicoli del toro.

 

La cella sacra in fondo alla grotta

Il mitreo visto dall'interno

Il mitreo visto dall'esterno

Il frontone scolpito all'ingresso della cella sacra

 

La banchina sinistra

La banchina destra

 Nonostante l'ampia diffusione, la religione mitraica costituì sempre un culto misterico, riservato quindi ai soli iniziati, tutti uomini, che si riunivano in strutture ipogee, i mitrei appunto, per celebrarne i misteriosi riti. Nella Tuscia ne sono stati individuati diversi: il più noto è certamente quello di Sutri, trasformato in epoca medievale nella chiesa rupestre di Santa Maria del Parto. Un Mitreo si può ancora ammirare a Vulci mentre un altro è censito a Tarquinia. Ma veniamo al mitreo di Bisenzio, oggetto del nostro interesse specifico. Si tratta di un'ampia grotta con volta a botte profonda circa dodici metri, larga quasi sei e alta, nel punto massimo, due metri e mezzo. L'ambiente appare alquanto rimaneggiato da un secolare riuso. Due ampie banchine, dove gli iniziati prendevano posto, affiancano le pareti e sono divise da un corridoio largo poco meno di due metri. Sul fronte delle banchine si aprono sette nicchie semicircolari e vi sono scolpiti alcuni pilastrini  modanati. Due incassi, uno sul pavimento al centro della grotta e l'altro sulla parete di fondo, ospitavano con ogni probabilità rispettivamente un altare e un bassorilievo con la rappresentazione della tauroctonia. Di quest'ultimo si vedono ancora bene sulla parete i quattro fori dei supporti che ne assicuravano la tenuta. Nulla ci è pervenuto dei due reperti. La parte terminale della grotta costituisce il sacello vero e proprio: una celletta di pochi metri quadrati sovrastata da un frontone triangolare scolpito nel tufo e ancora in situ, in origine poggiante su piccoli pilatri ora scomparsi. All'entrata dell'area sacra è presente sul pavimento un “pozzetto” di difficile interpretazione. Potrebbe trattarsi di una piccola vasca in cui veniva raccolta l'acqua utilizzata per i riti, ma anche di uno scavo successivo ad opera di “clandestini” alla ricerca di reperti o legato al riutilizzo dell'ambiente.  Sulla parete sinistra della cella è ricavato un piccolo vano rettangolare scavato nella roccia che probabilmente serviva per riporre suppellettili e arredi rituali.

Il sito sarebbe di facile accessibilità a valle, essendo ubicato su un fondo che si affaccia sul frontelago, la strada di accesso è tuttavia sbarrata da un cancello. Si può tentare una discesa ”a monte”, percorrendo cioè una strada sterrata che aggira il fondo e conduce ad un livello superiore del costone alla cui base il mitreo è scavato. A questo punto si può discendere, facendo un po' di attenzione, una ripida macchietta e ci ritrova così all'ingresso della grotta.

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