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L’acronimo IHS è,
probabilmente, dopo la Croce il simbolo più noto e diffuso del
cristianesimo. Ed anche uno dei più antichi se si presta attenzione
al fatto che se ne trovano esempi già a partire dal III secolo,
quale abbreviazione del nome di Gesù, in greco ΙΗΣΟΥΣ.
Translitterato in latino lo iota greco è diventato il suo
equivalente “I”; l’eta greco ha conservato la forma grafica ma è
diventato per noi la lettera “h” (in maiuscolo “H”); mentre il sigma
originario si è trasformato (anche graficamente) nel suo equivalente
latino “S”. Quindi le prime tre lettere del nome di Gesù o, più
precisamente, le prime due e l’ultima (che è analogamente un sigma e
per noi una “S”).
Così trasformato
l’acronimo si è prestato nel corso dei secoli ad altre
interpretazioni, ugualmente plausibili, tali tuttavia da far
deragliare rispetto al significato originario: così taluni lo hanno
letto come “In hoc signo (vinces)”, rievocando la celebre visione di
Costantino o “Iesus
Hominum Salvator”.
Per
quanto altri santi e beati ne abbiano promosso devozione e culto
quale “Santissimo Nome di Gesù” non c’è dubbio che fu San Bernardino
da Siena (così chiamato benché nato a Massa Marittima nel 1380 e
morto all’Aquila nel 1444) a diffonderne universalmente
l’iconografia, arricchita di un sole raggiante in cui il trigramma
veniva inserito, con corredo di un complesso apparato simbolico
(Cristo è il sole che vivifica l’umanità e irradia la sua carità
attraverso dodici raggi, ciascuno dei quali ha un preciso
significato).
Nonostante l’ortodossia della sua predicazione, la venerazione verso
un simbolo che a taluni appariva idolatrico (S. Bernardino faceva
baciare ai fedeli accorsi alle sue prediche tavolette di legno con
la raffigurazione del trigramma) gli costò nel 1427 un processo per
eresia dal quale tuttavia uscì pienamente prosciolto. Ad ogni buon
conto papa Martino V ordinò di aggiungere una piccola Croce sul
trattino orizzontale della lettera “H”, onde eliminare ogni
possibile equivoco sulla natura del simbolo che si diffuse così in
tutta la cristianità: S. Giovanna d’Arco lo ricamò sul suo stendardo
e i Gesuiti lo fecero proprio. Oggi il simbolo è associato
all’Eucarestia e trova la sua più alta celebrazione popolare e
liturgica nella festività del Corpus Domini, riprodotto in varie
fogge nelle infiorate che ingentiliscono le strade su cui passa la
processione del Santissimo.
Il
trigramma bernardiniano è diffusissimo in tutti i centri storici
della Tuscia, effigiato in terracotta, scolpito su pietra o
diversamente riprodotto su porte, portali, pareti, balconi.
Rappresentava, allo stesso tempo, un indice di appartenenza,
pubblica esaltazione della fede, invocazione di protezione per la
propria casa e la propria famiglia.
Gli
esempi riportati in questo intervento si riferiscono al centro
storico di Montefiascone. All’inizio di Corso Cavour ne troviamo
uno antichissimo in marmo con incisa la data del 1519 e poco oltre
uno scolpito sulla chiave d’arco di un portale in bugnato arricchito
di elementi irrituali quali una piccola croce e una sorta di grande
“G” posti sotto il trigramma vero e proprio. Altri appaiono di
provenienza dalla “stessa fornace” essendo pressoché identici,
seppur talvolta diversamente contestualizzati.
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