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Eos e Memnos, originale
L’etruscheria piansanese, a ben vedere,
non è poi così trascurabile: si va dal “fontanone etrusco” di
Marinello alle numerose tombe disseminate sul territorio;
dall’iscrizione su quattro righe della tomba studiata dal prof.
Morandi, oggi inglobata nella nuova sala conferenze,
ai sarcofagi conservati nel
palazzo comunale, tra cui il coperchio in terracotta con figura
recumbente recentemente restituito dall’amministrazione provinciale.
Si aggiungono oggi due importanti reperti regolarmente catalogati e
conservati in due distinti musei, in Italia e in Danimarca. Si
tratta di due specchi etruschi in bronzo: il primo, raffigurante i
Dioscuri, è conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Viterbo
(allestito nelle sale della Rocca Albornoz); il secondo,
raffigurante Eos e Memnos, è custodito a Copenaghen
presso il Museo Nazionale Danese.
Prima di entrare nello specifico è
opportuno fornire alcune indicazioni sulla peculiarità degli specchi
etruschi che costituiscono un corpus iconografico di
assoluto rilievo per lo studio della storia, dei costumi, dei miti e
della religione di questo popolo. Va anzitutto sottolineata la loro
tipicità: il fatto cioè di essere genuina espressione dell'arte e
della creatività dei nostri progenitori, una sorta di prodotto
nazionale etrusco per eccellenza. In effetti se le tanto celebrate
ceramiche figurate sono in gran parte di produzione, importazione o
imitazione greca, gli specchi disseminati in Etruria sono tutti di
origine etrusca. La produzione nasce nella seconda metà del VI
secolo a.C. e si sviluppa per almeno tre secoli, andando ad
esaurirsi nel corso del II secolo a.C. A partire dal III secolo
tuttavia la manifattura propriamente artistica, vanto degli
artigiani etruschi, diventa produzione di serie, concentrandosi in
poche grandi officine, con grande decadimento dell’aspetto
qualitativo.
Ma quali sono i caratteri che denotano la
tipicità dello specchio etrusco e la sua originalità, tali da
renderlo unico e inconfondibile? Cominciamo dal metallo utilizzato
che è sempre il bronzo (non significativa la presenza di metalli
nobili). Lo specchio era quindi un oggetto di uso comune, non di
lusso, presente probabilmente in quasi tutte le case. Tant'è che ne
sono stati rinvenuti in quantità, in tutte le necropoli
dell'Etruria: dalla grande città al
pagus di campagna. Era un oggetto tipico della toilette femminile,
dono gradito per le donne della casa. Lo specchio etrusco è sempre
decorato ad incisione (non fa testo qualche raro esemplare a
rilievo). La sua fusione avveniva probabilmente con la tecnica della
cera persa, anche se sarebbe più ovvio pensare, considerate le
dimensioni dell'oggetto e il suo limitato valore, all'uso di stampi
in pietra: tali stampi tuttavia non sono stati mai rinvenuti.
L'incisione avveniva al bulino sul rovescio
dello specchio: veniva cioè decorato il retro e non la faccia
principale, vale a dire quella riflettente, che diventava tale in
virtù di una accurata lucidatura. La parte liscia, quella
riflettente, risulta leggermente convessa al fine di ampliare
l'angolo visivo. A questa convessità corrisponde nella parte
decorata una concavità il cui fine è quello di evitare danni alla
decorazione quando lo specchio veniva posato, magari distrattamente,
su una superficie ruvida. Gli specchi possono essere di vario tipo,
ma la maggior parte sono dotati di un manico ed hanno un disco
pressoché perfettamente rotondo. Non è da escludersi che ciò sia
collegato ad un simbolismo solare, almeno nel periodo etrusco più
antico. Quanto alle dimensioni la lunghezza non supera quasi mai i
trenta cm. e il diametro del disco i venti cm. Veniamo alla
decorazione, che potrebbe riservarci qualche delusione. In effetti i
soggetti rappresentati sul prodotto più tipico dell'arte e della
civiltà etrusca sono quasi sempre divinità ed eroi tratti dalla
mitologia greca: Zeus, Atena, Afrodite, Era, Dioniso, Apollo,
Hermes, Ercole, Paride…
I nomi
dei personaggi raffigurati, quasi sempre incisi sopra le figure,
sono etruschizzati e così rispettivamente troveremo: Tinia, Menerva,
Turan, Uni, Fufluns, Aplu, Turms, Hercle, Elacsntre… ma le storie
narrate restano pur sempre quelle del mito greco: dalla nascita di
Atena, al giudizio di Paride, dalle imprese di Ercole ai viaggi di
Ulisse, ai Dioscuri… In una minoranza di casi ritroviamo anche
personaggi e vicende genuinamente etruschi: divinità, semidei,
demoni, eroi nazionali; come pure cerimonie religiose e scene di
vita quotidiana. Tutti elementi fondamentali per le nostre
conoscenze sulla storia e sulla società etrusca.
Non sfuggono a queste regole i due specchi
etruschi rinvenuti a Piansano. Il più bello e prezioso è quello
conservato nel Museo Nazionale Danese: è naturalmente in bronzo e
databile al 450 a.C. ca.; ha un diametro di quasi 17 cm. ed è
mancante del manico, andato perduto. Di gran pregio l’incisione
sulla parte figurata dello specchio: due steli ondulati d’edera si
dipartono, affrontandosi, dalla base del disco che incorniciano in
tutta la sua circonferenza; al sommo dei rami due grappoletti di
bacche si congiungono a ghirlanda. Sempre sul bordo inferiore, sotto
una barra, un cane insegue una lepre. E veniamo al soggetto
principale, racchiuso all’interno della corona vegetale. Una donna
alata in sandali e con i capelli stretti da un nastro è avvolta in
un ampio e svolazzante mantello trasparente, decorato in basso da
una fascia ricamata a zig-zag.
Sostiene con le braccia il corpo rigido ed esanime di un
guerriero, ancora bardato con elmo crestato, corazza, tunichetta e
scudo tondo con raffigurato un pesce. La donna sembra procedere con
passo veloce verso destra, volgendo però il profilo del viso dalla
parte opposta, come per assicurarsi di non essere inseguita. I due
personaggi, dei quali non è indicato il nome, sono identificabili
con Eos e Memnon : la prima, dea dell’Aurora, è la madre del
secondo, morto durante la guerra di Troia per mano di Achille.
Eos pianse a lungo
la morte del figlio prediletto, e le sue lacrime formarono la
rugiada. Si tratta di un soggetto noto nella coeva ceramica attica a
figure rosse (apprezzatissima presso gli etruschi) ma non frequente
sugli specchi: se ne conosce un altro bell’esemplare conservato
all’Art Institute of Chicago.
E veniamo al secondo
specchio, di qualità decisamente inferiore, conservato a Viterbo nel
Museo della Rocca Albornoz. E’ in bronzo, databile alla fine del III
sec. a.C. ed ha un diametro di poco superiore agli 11 cm. e un’
altezza totale di quasi 22 cm. Ha un manico semicilindrico fuso
unitamente al disco e con modanature sulla parte anteriore e
scanalatura centrale sul retro. Sul lato figurato vediamo quel che
resta di un’incisione riproducente due uomini in tunica: uno indossa
un berretto frigio, l’altro appare in gran parte abraso.
Stanno in piedi l’uno di fronte all’altro, divisi da una
sorta di croce di sant’Andrea stilizzata. Alle spalle del primo un
grande scudo, in origine presente anche alle spalle dell’altro. Sono
i Dioscuri, ovvero i gemelli Castore e Polluce, figli di Zeus e di
Leda. Furono due degli Argonauti ed erano talmente legati che
allorché Castore cadde in combattimento Polluce chiese la morte a
Zeus anche per sé. Il padre degli dei tuttavia, colpito da tanto
legame, concesse loro di vivere insieme un giorno sull’Olimpo e uno
nell’Ade. Una curiosità: entrambi gli specchi provengono da
uno scavo clandestino. Quest’ultimo, in particolare, è stato
sequestrato dalla Guardia di Finanza di Viterbo ad un nostro
concittadino nel 1973. Tutte le fonti qualificano i due specchi “from
Piansano”, ma nessuno può dire esattamente in quale parte del nostro
territorio siano stati ritrovati. A meno che i fortunati ritrovatori
non vogliano darci una mano.
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| Eos e Memnos,
restituzione grafica |
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| Dioscuri, restituzione
grafica |
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| Copenaghen, il Museo
Nazionale Danese |
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| Viterbo, Piazza della
Rocca con il Museo Archeologico Nazionale |
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