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E in ognuna di queste opere, Giuseppina Nistri è la protagonista
assoluta, proteiforme e mutevole come tutte le grandi artiste:
oggi è la giovane e ingenua innamorata e domani la pasionaria
amante; oggi un'anziana duchessa astuta e scaltra, domani la
ragazza che, in nome della pietà filiale, medita un piano di
vendetta. E sempre lei è la madre e la figlia; la casta
meretrice e la suora devota; la pazza e la paralitica. Lei è la
cantante lirica reazionaria, l'omicida e la suicida, la presunta
creatura demoniaca e l'incarnazione della Bellezza. A lei tutto
è concesso in nome di un'arte così vibrante e vera da far
dimenticare persino le più stridenti incongruenze.
Eternamente seconda è invece sua sorella Pia, ottima attrice,
bella voce, ma costretta a interpretare ogni sera la parte della
"rivale", di quella che il pubblico non ama, non apprezza e
nella quale nessuno vuole identificarsi. Pia incarna la moglie
devota e tradita quando il vero fulcro della scena è l'amore
sanguigno dell'amante; è la frivola e leggiadra amante quando è
la moglie fedele l'eroina della scena. Pia è crudele, quando il
dramma si impernia sulla forza della bontà ed è docile e
remissiva quando al contrario si incardina sulle passioni più
travolgenti. E giovane quando a far da padrona è la saggia
vecchiezza, ed è vecchia nelle opere che
celebrano
l'incorruttibile gioventù. È lei quella che, nell'intreccio,
rivela segreti inconfessabili, tradisce la fiducia dell'amica,
nutre sentimenti d'odio, di gelosia, d'invidia, perennemente
frustrata nei suoi amori, delusa nelle sue attese. Pia che, in
passato e in altre compagnie, era stata Giulietta, Tosca, Ofelia,
Mila di Codra, Francesca da Rimini, ora deve rassegnarsi a
essere null'altro che l'antagonista della prima attrice.
Forse non è un caso che sia così severa, mormora tra sé la gente
di Canino. Quando passa per strada, sembra triste, con la
fronte aggrottata e pensosa. Suona strano a tutti che due
sorelle non riescano a darsi spazio l'una con l'altra, quasi
fossero due rivali nella vita come sono inestinguibilmente
nemiche sulla scena.
Ma neppure Leonilda, la figlia, riesce a uscire dall'ombra nella
quale la madre, unico astro lucente della scena, l'ha confinata:
ha già passato i vent'anni e potrebbe aspirare a ruoli ben più
importanti. Sua madre, alla sua età, era già "prima attrice
assoluta". E invece a lei continuano a essere riservati i ruoli
da generica, piccole particine con poche decine di
battute, puro riempitivo della scena e dell'opera. Il pubblico,
spesso, tali ruoli li ignora o li dimentica non appena è finito
lo spettacolo.
Giuseppina Nistri è una specie di Crono redivivo, pronto a
divorare le sue stesse creature pur di impedire loro di
spodestarla. |

Ritratto di Giuseppina Nistri, primo piano americano
(1941). Collezione privata Mauro Ballerini |
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Ritratto a figura intera di Pia
Cresseri (1920 ca). Collezione privata Mauro Ballerini |

Locandina de La
Nemica.
Collezione privata Mauro
Ballerini |
Persino il primo attore, il tanto fascinoso cav. Angelucci, deve
soccombere di fronte alla sua onnipresenza: rare e sporadiche
sono le serate in suo onore e ridotti a due o tre i suoi cavalli
di battaglia. Amleto, II Cardinale, Otello: ma, per il
resto, le beneficiate spettano al monarca assoluto
Giuseppina Nistri che, come tutti gli attori otto-novecenteschi,
considera il teatro il dominio incontrastato di un solo e unico
sovrano: il grande attore. E così con il passare dei
giorni e delle settimane, nel paese va sempre più attenuandosi
la diffidenza nei confronti dei nuovi arrivati. La padrona delle
camere nelle quali alloggiano (situata in via Concordia, 13)
assicura che siano gente per bene, che paga puntuale;
hanno solo il difetto di dormire tutta la mattina, ma in fondo è
pur vero che fino a tarda notte non rientrano mai. Ammette di
provare tanta pena per quella povera Leonilda costretta a
starsene sveglia tutte le sere fino all'una o alle due, e che
quella è una vita contro natura.
Di loro si parla anche nella trattoria dove ogni sera, attori e
attrici si radunano dopo lo spettacolo: sono persone di
buonumore — assicura l'oste —, che hanno voglia di ridere. E
così, dopo che ha finito di risistemare i tavoli e la sala, si
siede con loro e li ascolta narrare le loro storie. Anche le
donne sono stranamente loquaci e socievoli. Dai loro racconti
sembra che abbiano visitato ogni parte d'Italia, anzi forse
tutto il mondo, e di ogni luogo parlano come se parlassero di
casa loro. E ovunque siano stati, hanno collezionato un
indicibile numero di avventure: incontri, separazioni, fughe di
giovani amanti; di continuo fanno il nome di altri attori,
talvolta di artisti noti in tutta Italia, e mentre ne parlano
infarciscono quei loro resoconti con battute tratte da commedie
e tragedie... Lo fanno con disinvoltura, come se venisse loro
spontaneo confondere teatro e realtà. Non si capisce se sia più
vero quello che raccontano a tavola o quello che recitano sulle
tavole del palcoscenico. Quelli che alla sera rimangono in loro
compagnia dicono che se uno li sente parlare a cena, non ha più
bisogno di andarli a sentire in teatro: è uno spettacolo già
quello!
La gente ascolta ora i resoconti della padrona di casa, ora
quelli dell'oste e a poco a poco comincia a sentirli più
familiari. Ogni pomeriggio li vede recarsi compattamente alle
prove, in perfetto ordine ed estrema puntualità. Pia e Leonilda
fanno lunghe passeggiate, l'una a braccetto dell'altra, come due
amiche e confidenti. Pia, addirittura, si è data disponibile
nell'accudire anziani e malati del paese qualora ce ne fosse
bisogno. E un'anima santa, commentano con tono quasi orante le
beghine riunite in chiesa. Se però qualcuno volesse penetrare
nel loro mondo per conoscerli più da vicino, troverebbe un muro
invalicabile: gli attori se ne stanno per lo più tra loro,
volontariamente isolati dal resto della comunità. Sembra che non
vogliano confondersi con chi è irriducibilmente estraneo alla
loro gente. Per loro il mondo intero non pare essere altro che
pubblico e questo contribuisce a renderli ancor più
impalpabili ed evanescenti.
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Questo loro snobismo li rende invece decisamente graditi ai
notabili del paese. Per loro i Nistri sono veri artisti
che riabilitano il nome dell'arte drammatica fin troppo spesso
corrotta da insopportabili guitti e dilettanti. E così
capita talvolta che la prima attrice, sua sorella e suo marito
ottengano il massimo degli onori: essere invitati a cena dalle
persone che contano.
E fu proprio durante una di queste serate a casa del dottor
Bonanni, che lui venne a conoscenza del loro passato: quelle
due donne discendevano da una antica dinastia di teatranti,
tale da renderle a tutti gli effetti vere e autentiche figlie
d'arte. Ma cosa mai volesse dire quel titolo, nessuno in
realtà avrebbe saputo spiegarlo. Lo si capì con il tempo, a
forza di sentirle parlare delle loro famiglie: erano figlie,
nipoti e pronipoti di commedianti e nella loro vita non
avevano mai visto altro che palchi, loggioni, tende a
panneggio, scenari, platee, copioni... Erano salite in scena,
per la prima volta, neonate, poi verso i sei anni nei ruoli
ingenui e da quel momento non vi era più stata sera, festa o
ricorrenza durante la quale il sipario non si fosse aperto di
fronte a loro. Giuseppina Nistri ricordava di essere nata in
Francia, a Mentone, mentre i suoi genitori si trovavano lì a
recitare; raccontava che la sera stessa in cui sua madre l'aveva
partorita — e la cosa era accaduta identica anche per sua
sorella Pia — era salita sul palcoscenico con le poche forze
residue. Con fierezza vantava che sua nonna, nel 1861, era prima
attrice nella compagnia dei fratelli Duse e aveva tenuto in
braccio Eleonora (quell'Eleonora!) quando aveva soli tre anni.
Che suo nonno aveva avuto l'onore di lavorare per anni con la
più grande diva di ogni tempo, la marchesa Adelaide Ristori. Che
un suo zio, fratello di sua madre, tal Carlo Cola, nell'ultimo
trentennio dell'Ottocento aveva solcato i più grandi
palcoscenici d'Italia insieme ai mostri sacri del teatro
italiano (da Virginia Marini a Giovanni Emanuel, da Alamanno
Morelli a Virginia Reiter) ed era stato accolto con regali
preziosi e ovazioni persino a Madrid, Barcellona e Lisbona. Che
il fratello di sua nonna, Antonio Feoli, era stato così famoso
che il pubblico di Roma e Bologna lo aveva celebrato donandogli
ben due ritratti litografici. A sentirla vantare così illustri
natali, l'ospite si sentiva onorato e allo stesso tempo
intimorito, quasi in soggezione. Quei nomi che, da sempre e per
tutti, appartenevano alla leggenda del teatro nazionale,
venivano sciorinati, uno dopo l'altro, come fossero vecchie
amicizie con le quali si ha intimità e confidenza. Nella mente
dell'ascoltatore iniziò a farsi sempre più chiaro che cosa
volesse dire essere figlio d'arte e ne comprese
l'orgoglio con il quale si attribuivano quel titolo.
Molti tuttavia, nel paese, continuavano a guardarli con estrema
diffidenza. Sul conto dei Nistri giravano, infatti, voci di ogni
tipo. Si sussurrava che si fossero uniti tra consanguinei, che
avessero vissuto amori incestuosi e collezionato matrimoni da
cui erano poi nati figli non riconosciuti che portavano doppi
cognomi... Si mormorava che Arturo Nistri fosse stato in passato
un giocatore d'azzardo e che, per colpa del gioco e delle donne,
avesse dilapidato interi patrimoni.
E forse per questo che la gente di Canino quell'uomo non riesce
proprio ad amarlo: il suo corpo sembra essersi modellato sulle
dissolutezze di cui si è di volta in volta macchiato. Tratta con
disprezzo chiunque cerchi di avvicinarlo, fatta unica eccezione
di sua figlia Leonilda. La sorveglia ovunque lei vada, la segue
con quei suoi occhi cerulei come una guardia carceraria fa con
il proprio detenuto. Più che un padre amorevole, tuttavia,
sembra il suo aguzzino, l'orco guardiano della sua castità.
Sono molti nel paese i ragazzi che vorrebbero corteggiarla: è
pur sempre un'attrice e questo crea intorno a lei un alone di
mistero e fascino. Ma poi nessuno osa farsi avanti perché teme
di incrociare anche solo lo sguardo di quell'uomo,
pietrificante come quello di Medusa.
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Canino, Via Concordia. Sotto l'arco c'è
il civico n. 13 dove alloggiava la compagnia teatrale Nistri
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Locandina de
Il cardinale. Archivio storico comune di Tarquinia |
E poi sarebbe disdicevole avere una relazione con
un'"attricetta"! Appartiene pur sempre a un mondo di senza
Dio ai quali, fino a non molto tempo addietro, la madre
Chiesa rifiutava persino la sepoltura in terra consacrata.
Questo almeno è quanto pensa don Tromboni, curato di Santa
Croce, il quale, ogni santo giorno, con benevola carità
cristiana, ripete tale monito alle sue devote parrocchiane.
Altro che
disdicevole, sentenziano inorriditi taluni vecchi: giurano di
aver visto i maschi della compagnia passare ore intere di fronte
allo specchio a truccarsi gli occhi, disegnarsi nei, a spalmarsi
il cerone sul viso e a incipriarsi le gote. Ma queste sono cose
concesse tutt'al più alle donne e non certo alle donne per bene!
Ma a far dimenticare ogni pregiudizio, dubbio o sospetto, c'è la
forza dell'illusione teatrale, capace di trasportare centinaia
di persone in un altrove non solo mai visto prima, ma
mai neppure immaginato o supposto. Da uno spettacolo all'altro,
gli occhi ingenui e increduli dei caninesi assistettero a
vicende che hanno luogo ora a Parigi, ora a Madrid; storie che
si ambientano nelle remote terre di Danimarca o di Svezia; nei
salotti aristocratici della belle époque oppure nelle
case nobiliari della Roma ottocentesca; nella nordica Elsinore o
nella primordiale terra d'Abruzzo; in città borghesi, con gente
che veste alla moda, ma anche in una imparruccata e incipriata
Venezia cinquecentesca, con ricercati e sontuosi abiti d'epoca.
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Ritratto di
Arturo Nistri (1941) |
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