Di S. Steingräber e F. Prayon. Grande formato, 348 pagine a colori
L’Associazione Canino Info Onlus ha pubblicato nel 2011 il volume “Monumenti rupestri etrusco-romani tra i monti Cimini e la valle del Tevere” affidandone la redazione a due dei più autorevoli studiosi di etruscologia a livello internazionale: il prof. Stephan Steingräber e il prof. Friedhelm Prayon. Con sempre maggiore frequenza e crescente interesse archeologico, infatti, resoconti di escursionisti e informazioni raccolte presso esperti locali proponevano la conoscenza di insoliti monumenti rupestri nella zona del “triangolo magico” costituito dal territorio dei comuni di Bomarzo, Soriano nel Cimino e Vitorchiano, primo fra tutti la ormai ben nota piramide di Bomarzo.
Si tratta di emergenze archeologiche di non ben definita origine e datazione, costituite perlopiù da altari e monumenti funebri, talvolta con iscrizioni dedicatorie latine, altre volte di probabile derivazione etrusca, che pur non essendo propriamente inediti mancavano pressoché totalmente di specifica letteratura scientifica, come pure di un qualsiasi approccio di tipo sistematico. Di qui la necessità di “metter ordine” nella materia rilevando, misurando, descrivendo e classificando i non pochi monumenti già allora emersi da un oblio secolare.
Quella pubblicazione, riccamente illustrata e ancor meglio documentata dalla competenza, conoscenza ed esperienza degli Autori, affinata dai tanti sopralluoghi personalmente condotti sul campo, ha avuto un notevole successo tanto da risultare in breve tempo esaurita. Fin da allora molte sono state le sollecitazioni da parte di librai, lettori e studiosi a pubblicare una nuova edizione del volume, magari arricchita con le scoperte più recenti. E se abbiamo aspettato fino ad oggi per riproporre questo studio, è stato non tanto (e non solo) per i tanti impegni dei due eminenti cattedratici, coinvolti in vari altri progetti in giro per il mondo, quanto per il fatto che la materia si è andata ampliando con il trascorrere del tempo e con tale progressione che ogni progetto di riedizione ci appariva necessariamente parziale o riduttivo.
Ora però il momento è arrivato e presentiamo questo nuovo libro all’attenzione della vasta platea di appassionati e studiosi dell’Etruria rupestre. Nuovo, dicevamo, e con ragione: a cominciare dai contenuti, accresciuti al punto da riempire cento nuove pagine, che si aggiungono a tutte quelle precedenti; nuovo per il titolo, che allarga il suo orizzonte a tutta l’Etruria meridionale e non più alla sola regione dei Monti Cimini e della valle del Tevere; nuovo per le collaborazioni, grazie al contributo di Francesca Ceci, Valentino D’Arcangeli e Salvatore Fosci. Possiamo quindi ripetere, e sempre con maggiore ragione, quanto dicevamo nella presentazione del precedente volume, e cioè: “se qualcuno ritiene di aver visto tutto quanto l’Etruria rupestre può offrire al visitatore, leggendo questo libro avrà modo di ricredersi”. C’è infatti un’Etruria nascosta, misteriosa, per qualcuno addirittura esoterica, che solo in questi ultimi anni è emersa alla conoscenza dopo secoli di oscurità, incuria e abbandono. L’intrigo delle macchie e l’asperità dei luoghi, spesso appartati e non sempre facilmente raggiungibili, hanno sottratto agli sguardi e all’interesse di appassionati e studiosi monumenti inconsueti, atipici, talvolta unici. I massi di pietra lavica in cui sono forgiati e la protezione offerta da ubicazioni recondite hanno consentito a queste straordinarie testimonianze di tempi e popoli remoti di pervenire fino a noi inalterate, offrendoci la muta evidenza del loro affascinante mistero.
Il territorio di riferimento, impervio quando non selvaggio, è caratterizzato da valli scoscese adagiate tra aspri pianori tufacei i cui ripidi fianchi strapiombano sui letti di fossi e torrenti. Un tripudio di macchie, declivi ed umidi anfratti, rifugio di volpi, cinghiali e spinose. Qui l’uomo non ha mai posto stabilmente le sue basi: i luoghi risultano tutt’oggi poco o nulla antropizzati; solo qualche fatiscente casale o modeste costruzioni di supporto all’agricoltura e all’allevamento del bestiame punteggiano i campi dove i terreni a coltura contendono gli spazi all’abbraccio dei boschi. Ma la cosa che maggiormente colpisce il visitatore è la presenza a valle, o in apparente equilibrio sui tormentati versanti, di un sconcertante numero di enormi massi rocciosi, distaccatisi ab antiquo dai sovrastanti pianori a causa di terremoti e dell’azione corrosiva dell’acqua e del vento, e rotolati giù nei valloni, quando non precariamente trattenuti da ostacoli lungo il loro percorso.
Può apparire naturale e perfino conveniente che qualcuno, in un passato non ancora del tutto definito, abbia voluto utilizzare queste risorse geologiche per trarne monumenti funebri, tombe e altari che ancora sprigionano un fascino singolare e ci pongono muti e inquietanti interrogativi. Chi vede per la prima volta il cosiddetto “secondo sasso del predicatore” nella Selva di Malano, tra Bomarzo e Soriano nel Cimino, potrebbe provare la stessa attonita sorpresa dei primati che nel capolavoro di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio” scoprono il famoso monolite nero che lancia segnali verso Giove. In mezzo ad una vegetazione rigogliosa si erge solitario e incongruo questo cubo di pietra dalla base modanata insistente su un alto basamento, abbastanza ampio da ospitare i gradini di una breve scalinata laterale di accesso alla sommità del “cubo”. Irresistibile la tentazione di salirvi per trovarsi su una piccola piattaforma che apre lo sguardo verso un orizzonte infinito. Per non dire dell’autentica meraviglia di questa serie di singolari architetture rupestri ovvero la celebrata “piramide” di Bomarzo: ciclopico macigno che potrebbe richiamare alla mente una sorta di piramide azteca, posato su un costone boscoso e stabilmente trattenuto da un enorme masso che poggia sul declivio della scarpata compensandone il dislivello. Mani misteriose, duemila e più anni fa, hanno sapientemente scolpito questo immane masso di peperino, fino a ricavarne una lunga scalinata laterale e due ambienti elevati affiancati da scale che immettono in una piattaforma balaustrata ove, presumibilmente, si compivano cerimonie e sacrifici rituali e dove lo sguardo è libero di spaziare oltre la regione del Tevere, verso l’Umbria e più ancora.
Il fatto che su un tale complesso di emergenze storico-archeologiche non esistesse, prima di questo volume, alcuno studio condotto con metodo scientifico, se non di tipo frammentario o episodico, ci ha rafforzati nell’intento di condurre a buon fine questa pubblicazione che abbiamo voluto organica, approfondita e (per quanto possibile) completa. Si tratta in effetti del primo testo che propone una catalogazione e quindi una classificazione cronologica, tipologica e funzionale di questi monumenti. Il proficuo incontro tra l’associazione Canino Info Onlus e i proff. Prayon e Steingräber ha consentito di dar vita e corpo a questo progetto. Il prof. Stephan Steingräber, che ha già pubblicato con Canino Info Onlus nel 2009 “La necropoli etrusca di San Giuliano e il museo delle necropoli rupestri di Barbarano Romano”, ci propone in questo testo la storia delle ricerche e scoperte del complesso apparato monumentale, sullo sfondo del relativo contesto storico e socio-economico; il prof. Friedhelm Prayon a sua volta ha curato, già dalla precedente edizione, il catalogo con le schede monografiche delle principali emergenze archeologiche. Il libro è altresì corredato da un’ampia documentazione fotografica, ricca di immagini inedite appositamente realizzate e da una accurata bibliografia sistematica.
L’aver promosso, realizzato e distribuito l’opera di tali insigni studiosi, è coerente con i nostri fini di valorizzazione e divulgazione delle risorse storiche, artistiche e culturali di un territorio, la Tuscia, che non cesserà mai di sorprenderci.
























