Dedicato a Giulia Farnese, pubblichiamo la presentazione di Francesca Giurleo, studiosa farnesiana.

Quando l’editore Annulli mi ha chiesto di scrivere la Prefazione del libro su Giulia Farnese dello studioso Giuseppe Moscatelli, mi sono sentita lusingata ma nello stesso tempo un po’ intimorita; il nome dell’autore infatti è assai conosciuto e i suoi testi sono coinvolgenti e tali da rendere non semplice a chiunque un' adeguata descrizione. Ho avuto il piacere di conoscere di persona l'autore a Bolsena, alla presentazione del mio libro “La Famiglia Farnese”. Ricordo di lui la gentilezza avuta nei miei confronti quando gli dissi che avevo consultato alcuni dei suoi testi che mi erano risultati molto interessanti. Il suo modo di scrivere chiaro, semplice e adeguatamente documentato, rende ogni suo lavoro avvenente e con estremo piacere mi sono data alla lettura di questo testo che, come immaginavo, seduce e trascina verso un mondo passato, facendolo rivivere nei personaggi che hanno segnato la storia.

Mi sono così trovata davanti una Giulia Farnese affascinante, straordinariamente bella, soprattutto perché non ci sono immagini certe che  possano darne testimonianza, una figura che  emerge avvolta nel mistero, dalla penna del nostro autore, che ha dato di lei una visione così poetica da stimolare la fantasia del lettore e spingerlo a indagare, conoscere, sapere. “Donna-Angelo”, secondo i modelli poetici amorosi del dolce stil novo,  oppure  “Donna-Ammaliatrice” figura tanto cara ai poemi epici, capace con le sue arti seduttive di travolgere il cuore di un pontefice ormai anziano?  Un dilemma in cui gli storici ancora oggi si dibattono, cercando di dare la propria interpretazione attraverso l’analisi dei documenti rimasti e le testimonianze dell’epoca.  Pur attraverso le note dei biografi del tempo, rimane comunque il dubbio che infittisce l’enigma; l’unica cosa certa è l’appellativo che i contemporanei  attribuirono a Giulia: “ la Bella”.

In ogni civiltà la donna, con più o meno libertà di agire,  è stata considerata “oggetto” di proprietà dell’uomo, del padre prima, del marito poi. Anche in quella che era la società “matriarcale” a lei veniva riconosciuta una forma di autorevolezza derivante dal merito di poter procreare, ma non  era concessa l’ultima parola; il monopolio nella sfera pubblica rimaneva sempre e solo al maschio, ravvisato come detentore della potestà patria. Tuttavia non è mai stata sottovalutata l’importanza strategica della donna consigliera ed abile a  sollecitare l’uomo a cui è legata, con capacità di agire sulla volontà di lui proprio mediante quelle arti che solo lei sa usare. Aristotele definì la donna “errore della natura”, Tommaso d’Aquino disse di lei “uomo mancato”,  oggi viene ancora ripetuto, facendo riferimento al genere, “sesso debole”:  epiteti tutti intesi a sottolineare l’inferiorità della figura femminile, pertanto dominabile, rispetto all’uomo.

Giuseppe Moscatelli

Ma Giulia fu la fanciulla dolce, semplice, vittima delle mire politiche della sua famiglia, che in nome della sua bellezza che sconvolgeva i sensi fu immolata sull’altare della ragion di stato “sociale”, ovviamente, oppure fu la donna ben consapevole delle proprie azioni e accondiscendente ai tranelli che venivano intessuti intorno a lei, per irretire il capo supremo della Chiesa? Difficile da dire. Dalle pagine del libro traspare una figura vivace di fanciulla, forse conscia della propria avvenenza, ma ubbidiente e con un senso forte della famiglia di cui si era assunta il compito di essere protettrice. Fu lei infatti con i suoi “meriti” ad aprire la strada del pontificato al fratello Alessandro, definito con un certo disprezzo “cardinal della gonnella” o “cardinal fregnese; fu lei, disponendo di un' immensa quantità di denaro donatole dal suo amante, ad acquistare sempre per il fratello, che nel 1495 viveva un momento di indigenza conseguente a un contrasto  col pontefice Alessandro VI, il lussuoso palazzo romano del cardinale Pietro Ferriz; fu lei a ottenere dal pontefice-amante numerosi benefici per il marito. Consapevole o meno è però certo che Giulia negli anni della sua giovinezza fu  la pedina, manovrata dalla madre Giovannella Caetani e dalla suocera Adriana de Mila; dunque  vittima della sua stessa bellezza, che modificò sicuramente l’iter di un' esistenza che sarebbe “scivolata” in modo consueto.

Ma il marito era al corrente del ruolo della moglie? Sì… no… anche qui la critica si divide su due fronti. Certo il matrimonio con Orsino fu infelice e le pagine del dialogo, che appare nel testo, fra lo stesso Orsino e la bella Giulia, mettono in risalto la mancanza di passione di lei e una forma di insicurezza esistente in lui, che la storia ci tramanda come una figura opaca e diafana, pressoché inesistente, la cui vita si è dipanata all’ombra della moglie. Fu senza dubbio un uomo ferito nell’animo sia dalla madre che dalla donna che avrebbe dovuto essere la fedele compagna, sulla quale tuttavia più volte reclamò il suo diritto, come quando pretese che Giulia, partita da Pesaro alla volta di Capodimonte per abbracciare  il fratello Angelo sul letto di morte,  lo raggiungesse a Bassanello, contravvenendo alla volontà del pontefice che la reclamava a Roma, oppure, come si disse sommessamente, quando in molte occasioni abbia dimostrato la sua autorità, aggredendola non solo verbalmente ma anche con percosse, per poi colmarla di fiori e di gioielli. Una relazione ambigua dunque dimostrata come tale dal fatto che appare  assai probabile come non dividessero il talamo nuziale, se la notte del 31 luglio 1500, Orsino, a soli 27 anni d’età, morì da solo nel sonno per il crollo del soffitto della camera da letto.

Una donna bella immagina davanti a sé un avvenire radioso con l’uomo che ama, una famiglia serena in un rapporto tranquillo, non fu così per Giulia che si unì anche al pontefice in una relazione piuttosto formale e affettata. Nel testo l’autore riporta puntualmente, con precisione di indagine, ripresa dallo studio dei testi originali relativo al rapporto epistolare intercorso tra i due, le parole che lei rivolgeva a quell’anziano che doveva essere il suo uomo: “baso umilmente li pedi” oppure l’attributo di “indegna schiava”, con cui si definiva; termini che lascerebbero presupporre un’immagine di donna mesta e malinconica. In realtà non fu così e Giulia Farnese risalta come l’immagine di una fanciulla in fiore, allegra ed esuberante, seduttiva ma semplice nelle sue maniere oneste e nel suo decoro ,per nulla indecente e scorretto pur nel ruolo che ricopriva. Tutta la vita della Bella si accentra  intorno al fascino della sua avvenenza che rimane comunque un enigma inestricabile. Ancora una volta dalle pagine del testo il lettore è avvinto dalle considerazioni dell’autore il quale, divenuto protagonista, espone la sua tesi che lo spinge a vedere nella “Dama col Liocorno” di Raffaello l’immagine di Giulia. 

Bellissima è poi la delicatezza con cui l’autore descrive il modo di approcciarsi al dipinto con una sorta di affettività tipica degli animi sensibili e gentili:  “è  proprio Giulia… Ecco il colore degli occhi” ha ripetuto fra sé e sé, raggiungendo quel livello di emozione che lo ha spinto a immaginare i momenti reconditi in cui l’opera d’arte, che aveva davanti, ha visto la luce. Nello stesso tempo però un piccolo grado di confusione mentale,  subito dopo, lo ha portato a mettere in dubbio il suo stesso primo pensiero, proprio nell’attimo in cui ha focalizzato che gli occhi azzurri sono in netto contrasto con il “niger oculus” di cui parlano le fonti! Un’altalena di sentimenti, di certezze e smentite, che da sempre si intrecciano sulla figura di Giulia. Forse, continua l’autore, Giulia potrebbe essere raffigurata in quel busto color legno che si trova nella rocca di Vasanello, che ritrae una donna matura negli anni? Ma ecco ancora il tarlo del dubbio: infatti a guardar bene non emerge dall’immagine nulla di quella bellezza travolgente descritta dai contemporanei. Ed ecco però di nuovo il primitivo pensiero farsi largo nella mente, alla ricerca di una verità. Ma sono solo ipotesi, in realtà continua eterno il mistero che il tempo inesorabile infittisce sempre più e rende Giulia sempre più bella.

Nessun ritratto può darci ragione e sembra che lei stessa abbia voluto rimanere nell’ombra, lasciando di sé soltanto le azioni. A Carbognano, dove si ritirò dopo la morte di Orsino, in quel palazzo che fu il suo ultimo “nido”, non è riportato in nessun modo lo stemma del secondo marito, Giovanni Maria Capece Bozzuto, che in quel luogo visse con lei fino alla morte. Non solo, ma nemmeno un affresco lì, non un dipinto di lei stessa ci danno ragione della sua avvenenza. Pur avendo voluto che le stanze venissero ornate con innumerevoli simboli arcani dai colori luminosi, riportati da famosi pittori del suo tempo, con i quali era in ottimi rapporti di amicizia, non permise mai ad alcuno di raffigurare i tratti del suo viso. Assecondò il fratello Alessandro, il Gran Cardinale, che la volle cancellare in una sorta di “damnatio memoriae” oppure ebbe un ripensamento sulla sua vita, trascorsa fra pettegolezzi spesso mordaci? Certo, ora era libera di agire e nella sua indipendenza volle essere “domina”, così come era stata “femina” e ancora “mater” di un’unica figlia, Laura, attribuita dalla volontà del pontefice al marito Orsino. Ancora fra le pagine, scritte con estrema abilità linguistica, il lettore si sente coinvolto e si appresta, nella descrizione precisa e puntuale del palazzo di Carbognano, a percorrere le camere una ad una, rivedendo, attraverso la ricca simbologia, l’intera esistenza di colei che fu “La Bella”.                                                          

Francesca Giurleo

Francesca Giurleo

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