I sacrifici, come gli esami, non finiranno mai
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Ce lo sentiamo dire ormai quasi da un anno. Questo governo ha salvato l’Italia dal baratro, i conti dell’Italia sono in sicurezza, i sacrifici servono a dare credibilità al nostro paese, la fine della crisi è vicina. Ce lo dicono i giornali, la televisione e i componenti del governo stesso in maniera quasi ossessiva, tutti i giorni, anche più volte al giorno. E quando le cose sembrano andare bene ci dicono che è per merito del governo, se vanno o andranno male è colpa del fatto che i mercati temono l’incertezza politica che regnerà quando non ci sarà più Monti. Morale della favola: è bene che dopo le prossime elezioni continui a governare Monti che tanta credibilità ha dato al nostro paese nel mondo.

Della serie “Se la suonano e se la cantano”. Poco importa se la disoccupazione aumenta, se le imprese chiudono soffocate dal fisco (siamo sempre il paese col record mondiale della pressione fiscale), se i comuni non ce la fanno più a garantire i servizi essenziali, se aumentano gli sfratti per morosità, se crolla il mercato immobiliare.

Si deve continuare così e non c’è alternativa: taglio del welfare e aumento delle tasse (e tutela per le banche, aggiungiamo noi, comunque queste siano amministrate e costi quel che costi), sono i mercati che ce lo chiedono. E’ il prezzo da pagare per restare in Europa perché “L’Euro è ormai un’esperienza incontrovertibile”. Questo ci dicono e a questo siamo obbligati a credere ora e sempre, anche quando ci sarà (se ci sarà) un altro governo. I trattati internazionali non si toccano, non possono essere nemmeno sottoposti a referendum abrogativo. Ci chiediamo se i componenti del Parlamento italiano, quando ratificarono il trattato di Lisbona o il cosiddetto fondo salva stati (meglio dire salva banche) o il fiscal compact, si rendevano conto di quello che facevano.

Gli obblighi che ci impongono e ci imporranno per il futuro questi trattati sono spaventosi. Nessuno ce lo dice, pochi li conoscono e chi li conosce si guarda bene dal divulgarli in maniera adeguata per il grande pubblico.

L’Italia nel 2012 già versa il 3,1% del suo PIL(1) (circa 50 miliardi di euro) per il salvataggio della Grecia, il fondo ESFS e la quota ESM. Quello per la Grecia è un prestito con interessi che vanno dal 3,5 al 4%, chissà se li prenderemo indietro, e ben che vada, se ci verranno restituiti, avremo comunque rimesso sugli interessi che paghiamo sul nostro debito. Poi ci sono i famosi fondi salva stati (meglio dire sempre salva banche) che possono essere richiesti dai paesi in difficoltà in cambio della loro restituzione e di stringenti (e recessive) misure economiche. Nei prossimi anni l’Italia ha in bilancio (sempre in base al DEF di settembre) circa il 4% del suo PIL destinato a questo scopo ( saranno 60 miliardi di euro) che si dovranno reperire sul mercato aggiungendo debito al debito. Poi c’è il fiscal compact ovvero l’impegno di portare il rapporto debito PIL da 120 (nel frattempo è salito a 126) a 60 nell’arco di 20 anni. E’ un altro 3%  di PIL (altri 50 miliardi l’anno da reperire non si sa come) che evidentemente non può essere recuperato col debito e che quindi dovrà derivare o da vendite di beni dello Stato (e non ne esistono per tali importi) o da nuove tasse (e sarà questa la soluzione più probabile). E questo ogni anno per 20 anni. In parole povere stiamo impegnando ingenti risorse a costo di sacrifici indicibili per salvare (?) la Grecia oggi, le banche spagnole domani e forse le banche italiane dopodomani. Vi sembra sostenibile un’impresa del genere?

 

 

 



(1) Nota di aggiornamento del DEF di settembre (Ministero dell’Economia e delle Finanze)

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