![]() |
Si badi bene niente di illegale, la legge in vigore negli anni
’60 (ai tempi degli scavi necessari per le opere di riforma eseguite dall’Ente
Maremma) stabiliva che a compenso degli oneri dovuti per le attività di scavo,
parte dei reperti (circa l’80%) divenivano di proprietà della ditta od Ente che
si era adoperato per gli scavi. Alla fine degli anni ’70, successivamente alla
costituzione dell’Ersal, nella sala del Consiglio di Amministrazione furono
posizionati in bella vista 20 di questi reperti che furono tutti rubati nel
1981. Solo uno fu successivamente ritrovato dalla Guardia di Finanza (che lo
tiene ancora nel suo deposito) e ha un valore di 2 milioni di euro.

Gli altri reperti giacciono nei depositi dell’ente, non fruibili al pubblico ma, sembra, solo ai dirigenti e ai loro familiari, ed ora chissà perché, l‘arsial li vorrebbe far restaurare ad una onlus di Trapani con cui ha appena stilato una convenzione. Fortunatamente la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale ha subito avviato un’istruttoria finalizzata alla tutela e alla salvaguardia dell’intero complesso dei materiali archeologici, integralmente catalogato e precisa che comunque è fuori discussione che Arsial possa affidare a privati attività di prospezione e ricerca in campo archeologico. Ci associamo alla richiesta del sindaco di Canino Mauro Pucci che chiede a gran voce: «Arsial riporti qui questi beni che a quanto capiamo non sono neanche fruibili. Li restituiscano al territorio da cui sono stati prelevati».


























