Si è svolto a Bologna dal 24 al 25 febbraio 2012 il seminario internazionale promosso dall’ Associazione Docenti Italiani sul futuro della scuola
Maria Rita Salvi, DS dell'ISIS Dalal Chiesa di Montefiascone

Si è svolto a Bologna dal 24 al 25 febbraio 2012 il seminario internazionale promosso dall’ Associazione Docenti Italiani sul futuro della scuola. Titolo del convegno: “O la scuola o la vita. Studenti, questi sconosciuti - Strategie per un incontro possibile”. Vi hanno partecipato docenti di scuole di ogni ordine e grado provenienti da tutt’Italia. Il Dirigente Scolastico dell’Isis Dalla Chiesa di Montefiascone Maria Rita Salvi ci offre in questo intervento suggestioni e spunti di riflessioni nonché una utile ed efficace sintesi del dibattito che vi si è svolto.

 

Alcune suggestioni dai lavori del Seminario ADI di Bologna del 24/25 febbraio

2012-02-26

(il dibattito in educazione)

Idee forti che, pur tra qualche contraddizione in relazione a temi che alla scuola militante

sembravano di scarso rilievo, hanno caratterizzato il Seminario:

 L’idea di una generazione di giovani che ha smesso di essere solamente “in attesa di diventare

adulta” e costituisce una vera e propria classe sociale, con caratteristiche ben precise e sempre

meno dipendenti dall’intervento della scuola

 La certezza che i giovani hanno siano dicotomici rispetto alla scuola, la loro vita è altrove, sono

consapevoli del divario e non hanno nessuna intenzione di portare a scuola questo loro mondo

privato. Luisa Ribolzi ha attribuito la causa del disastro culturale che stiamo vivendo al fatto

che scuole e giovani non sono più in sintonia.

 La Ribolzi ha sottolineato la necessità della figura adulta nell’educazione, i giovani hanno

bisogno di figure adulte “desiderabili”, purtroppo queste sono sempre più assenti, sia dalla

famiglia, sia dalla scuola.

 Si tratta anche di un vero e proprio allarme sociale se è vero che, per la prima volta da dopo la

guerra, questa generazione sarà la prima che starà peggio dei genitori.

 La scuola di massa ha fallito il suo compito di unificatrice delle differenze, F. Dubet, sociologo

francese, ha fatto un’analisi piuttosto spietata della scuola secondaria francese (liceo), che è

riuscita, dentro i confini di un allargamento inimmaginabile dell’utenza (circa l’80% degli

studenti frequenta il liceo) a ricreare differenziazioni e stratificazioni. Solo 5 Licei sono di

qualità a Parigi, si registrano differenze tra filiere di scuola, tra scuole dello stesso tipo, in

relazione al tipo di utenza che le frequenta, tra discipline, ecc.. La cultura è diventata un

meccanismo di gerarchizzazione. Tutto questo in un clima di mantenimento inalterato della

sacralità degli studi (a differenza degli studi tecnici considerati di secondo piano), clima

orientato ad una ottusa nostalgia tutta dedita a ricordare i bei tempi, quando a frequentare i

Licei era meno del 2% dei giovani, tutti studiosi, tutti allineati, tutti in sintonia. La

massificazione dell’istruzione ha di fatto, negli ultimi 50 anni, innalzato il livello medio di

cultura della generazione precedente a questa. Ora il meccanismo non funziona più ed anzi sta

producendo effetti inversi. Basti pensare al grande gap che si registra tra i diversi rendimenti

scolastici. Dalla massificazione dell’istruzione ne hanno ricavato giovamento le donne (hanno

effettivamente raggiunto posizioni culturali e sociale più elevate), infatti la differenza di genere

è una delle più rilevanti, in senso positivo, in tutti i paesi dell’Ue. Dubet ha evidenziato che la

massificazione dell’istruzione, dalla fine anni ’70 ad oggi, ha cambiato completamente la sfera

di azione della scuola. I docenti sono in grado di rivoluzionare il loro modo di insegnare? Solo le

nazioni che investono sulla formazione degli insegnanti hanno speranza di successo nel futuro,

In Francia il sistema di formazione degli insegnanti è andato totalmente distrutto.

 Sono state riportate varie indagini statistiche sulla condizione dei giovani in Italia. L’attenzione

della platea nei confronti di questa analisi quantitativa della realtà, è stata piuttosto tiepida. I

docenti hanno bisogno di ragionare sugli effetti di questa situazione, trovare delle spiegazioni e

delle soluzioni. Non credo che il dato conoscitivo (statistiche) sia, di per sé, utile a far

progredire in positivo il dialogo tra giovani e scuola, al punto di criticità nel quale si trova.

 Un dato interessante, anche per noi, è stato quello che ha connesso l’aumento così elevato

di iscrizioni ai Licei con la crisi del mercato del lavoro. Se le possibilità occupazionali fossero

più diffuse, le famiglie avrebbero maggiore interesse ad indirizzare i figli verso le scuole

tecniche. L’assenza di lavoro, e l’abbassamento dei livelli di difficoltà degli studi, spingono

l’utenza verso una formazione di tipo generalista, che tiene lo studente per molti anni

(troppi) nei canali formativi. Questa tendenza si sta registrando ormai da qualche anno e

per ora non accenna a diminuire. ( Dati del territorio nazionale: il 45% degli studenti si

iscrive ai Licei; il 32% agli I.T. e il 20% agli I.P.) Per contro anche il tasso di abbandono è

diminuito, colpa sempre della crisi (meglio stare a scuola che restare a spasso). In questo

momento si sta studiando molto il fenomeno dei N.E.E.T (non in educazione, né in

istruzione né nel lavoro) che è anche riferibile ai giovani laureati nella transizione di ricerca

del lavoro. In Italia, comunque, questi dati sono inferiori rispetto ad altri paesi Ue (Italia

media del 7% dei giovani senza lavoro, contro il 13/15% della media Ue).

 Sul problema dell’enorme mole dei dati statistici è intervenuto anche Norberto Bottani,

nella sintesi finale del Seminario, evidenziando come questa mole di dati non sia più in

grado di fornire alcuna informazione. I dati hanno un senso se c’è un ufficio di rilevazione

pubblico, unico referente che funziona da fonte attendibile, e che pubblica solo dati

semplici, chiari e riscontrabili, legati alla vita quotidiana delle persone. Le banche dati

devono aiutare il cittadino ad orientarsi nella giungla dei servizi e dei diritti, se la

rilevazione e il riscontro è troppo prolisso o troppo elaborato, i dati invece che aiutare

mistificano la realtà ed aumentano le incertezze (abbiamo una serie nutrita di conoscenze,

ma nessuna di queste è attendibile).

 Interessantissimo l’ intervenuto di Berlinguer che ha sottolineato la diversa natura del

diritto alla formazione, diritto fondamentale per tutti e a tutte le età e non più diritto di

accesso. Oggi l’apprendimento deve recuperare il suo legame con la comprensione e la

responsabilizzazione. Penetrare gli epistemi delle discipline serve a poco se questo non

produce nella persona processi di maturazione e di penetrazione del reale, se non cambia

il suo modo di muoversi ed essere nel contesto umano. Intrecciare la democrazia con la

tradizione educativa oggi è indispensabile. Il nostro modello educativo è trasmissivo,

autoritario e non sviluppa la responsabilità e l’autonomia del soggetto in formazione. Nel

passato (‘800) il modello educativo era prevalentemente statalizzato (era dettato dal

centro, secondo la necessità di amministrare). Oggi il nostro modello educativo deve venire

dalla società.

 Questa idea, di ridurre il più possibile l’ingerenza dello Stato nella formazione è tornata

spesso nel corso del Seminario, accennata o deliberatamente affrontata (Rosario Drago,

Norberto Bottani, Luigi Berlinguer…) da più parti si è sentita l’esigenza, o il richiamo, di

cominciare a pensare ad una idea di formazione nella quale lo Stato sia meno presente e la

società, invece, più educante. Bottani ne ha fatto esplicito riferimento in chiusura, ha

infatti terminato il Seminario con l’auspicio “meno Stato nella formazione”. Se l’Ue ci

spinge verso la Life Long Learning, come è pensabile che l’educazione sia interamente

statalizzata? Poteva funzionare quando l’educazione si riferiva ad un preciso tratto di vita.

Adesso noi non possiamo più statalizzare l’apprendimento, è il contesto sociale che si deve

fare carico di moltiplicare le opportunità di formazione, trasformando l’apprendimento in

una ricerca permanente che interessa tutti, a tutte le età. Apprendere vuol dire

problematizzare e non semplicemente ricordare alcune nozioni. Siamo sicuri che tutto il

nostro impianto educativo sia pensato per una forza lavoro che si muove su uno scenario

internazionale? Statalizzare al 100% la formazione dei giovani riesce a dare quella visione

transnazionale che è indispensabile ai nostri giovani in movimento? Dobbiamo cambiare la

nostra cultura educativa, oggi l’Amministrazione, il centro, lo Stato, si trovano fuori della

nuova cultura educativa, internet ha rotto le frontiere dell’approccio alle conoscenze ed

internet è un processo rivoluzionario, in quanto non può essere dominato dalle

amministrazioni centrali.(vedi anche il Libro Bianco sul Nuovo modello sociale, 2009).

 Nell’ottica di “meno Stato nell’educazione” si pone, ovviamente, la tesi di coloro che sono

fautori dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. In un certo senso P. Dubet ha

introdotto l’argomento, quando ha evidenziato che un sistema, come quello italiano e

francese, imbrigliato fortemente sul valore legale del titolo di studio, gerarchizza in modo

troppo rigido anche l’accesso al lavoro, perché la canalizza-zione è condizionata dal tipo di

diploma acquisito. In G.B., dove non c’è il valore legale del titolo di studio, l’acceso alla

professione è più libero, una Banca può anche decidere di assumere un laureato in

filosofia, perché tutto il sistema, culturalmente, è orientato a selezionare la persona, la sua

capacità di pensare, di essere creativo, di divergere, di innovare…. Indipen-dentemente dal

titolo di studio acquisito. In questo senso l’abolizione legale del titolo di studio porterebbe

ad una semplificazione dell’accesso ed a una maggiore flessibilità del mondo del lavoro.

Sull’argomento è intervenuto anche Orazio Niceforo che ha analizzato il problema degli

“invisibili”, i ragazzi che attraversano il sistema scolastico senza che questo lasci tracce

dentro di loro. Intanto bisogna distinguere tra abbandono scolastico, che riguarda i ragazzi

che si trovano nei sistemi di istruzione e ne escono prematuramente, o senza un qualsiasi

titolo (quindi si riferisce ai giovani fino a 18 anni) e n.e.e.t., che si riferisce ai giovani dopo i

18 anni, o dopo l’uscita dai canali di formazione. Come sappiamo l’Ue si è posta l’obiettivo,

entro il 2020, di abbassare al 10% la quota degli abbandoni scolastici. In Italia circa 190.000

studenti di scuola secondaria si perdono, di questi 1/3 si riversa nel canale di formazione

professionale, che però non riesce a dare garanzie in merito alla frequenza, altri finiscono

nell’apprendi-stato, che è un contratto lavoro, ma nel nostro paese ancora non riusciamo

ad avere un sistema di apprendistato che dia certezza in merito all’acquisizione di

competenze certificabili (dati ISFOL). A questo riguardo il rapporto Istat “Noi, Italia 2012” ,

parla di cifre, rispetto ai giovani neet, che si aggirano intorno al 22,1% della popolazione

giovanile, facendo distinzione fra i disoccupati, ovvero quanti cercano lavoro, l’avevano e

l’hanno perso, sono in mobilità, e gli inoccupati, vera e propria fascia inattiva della

popolazione, che non studia, non cerca lavoro, non si colloca in alcun settore (possiamo

rintracciare in questi argomenti, trattati in modo serio, qualche eco del dibattito politico

spesso “sguaiato”: bamboccioni, lavoro fisso noioso, sfigati……) Paragonando questi dati

con quelli degli altri paesi OCSE, si rileva che i paesi nei quali è praticato l’uso della

bocciatura non ottengono risultati buoni, sia rispetto al contenimento dei fenomeni prima

descritti, sia rispetto alla qualità dei risultati raggiunti. Al contrario sono proprio i paesi nei

quali è in uso lo scorrimento (nella fascia dell’obbligo), ovvero il passaggio automatico da

una classe all’altra, che si collocano nei posti più utili delle graduatorie internazionali. E’

chiaro che il problema della bocciatura è connesso ad un tipo di valutazione (rispetto a

standard) che è tipico dei sistemi nei quali vige il valore legale del titolo di studio. Il

Documento recentemente pubblicato su Eurydice, e il dibattito acceso che ne è seguito

sulla funzionalità delle ripetenza (l’OCSE ha analizzato il problema dal punto di vista degli

ingenti costi che lo studente bocciato procura al sistema dell’istruzione a fronte di benefici

minimi, se non nulli) hanno messo in evidenza la necessità di puntare ad una scuola più

equa e maggiormente qualificata, in grado di garantire effettivamente l’acquisizione delle

competenze. Abolendo il valore legale (meno Stato nell’educazione) i percorsi sarebbero

comunque certificati, la carriera scolastica dell’alunno sarebbe certificata anche in

relazione agli esiti negativi di alcuni percorsi, l’inserimento successivo, o nei canali di

ulteriore formazione o del lavoro, dovrebbe tener conto dei “debiti” non ancora sanati, che

potrebbero essere direttamente presi in carico dallo studente (recupero per altre vie),

oppure, con un sistema di debiti e crediti a punti, costituire la premessa per il tipo di

percorso futuro ( es: se lo studente esce dalla scuola secondaria con un voto insufficiente

in matematica e prosegue nelle facoltà letterarie, quell’insufficienza resta lettera morta; se

invece vuole proseguire negli studi scientifici deve farsi accreditare quel debito, oppure

parte con dei debiti da dover poi recuperare, secondo il sistema del canale di formazione

che sta frequentando. Nell’Europa del nord, vedi Gran Bretagna e paesi nordici, i sistemi

formativi sono più o meno orientati in questa direzione). E’ ovvio che il sistema andrebbe

ripensato nella su interezza (accorciamento del percorso secondario a 4 anni, modifica

dell’esame di Stato, solo sulle materie insufficienti? Avvalorando in questo caso la

votazione positiva data dal Consiglio di classe? Sono proposte.). E’ evidente, però, e questo

è stato assolutamente sottolineato da Niceforo, che eliminare le ripetenze (ovvero portarle

sotto la quota del 5% delle popolazione studentesca) vuole dire accentrare l’attenzione

della scuola su uno “zoccolo duro” di competenze essenziali, soprattutto nelle aree del

sapere cosidette strategiche, e trasformare le altre discipline in esperienze (il concetto è

fondamentale, sarà ripreso anche sai successivi interventi, ed è uno dei più fecondi del

Seminario). Quello che è certo è che in Italia non abbiamo un programma per recuperare i

ragazzi che si trovano ai margini dei sistemi di formazione. In Germania e Olanda si

recuperano gli studenti attraverso sistemi seri di certificati. Noi abbiamo tentato di

spostarli verso i corsi IePF, attraverso la revisione costituzionale che ha delegato alle

Regioni la formazione professionale e ha fatto dell’istruzione materia concorrente. Ne è

nato un pasticcio tutto all’italiana che si è impantanato in ricorsi e sentenze ed è

paralizzato. Bisognerebbe semplificare la scuola secondaria, ridurla nella durata, fare due

sole filiere (licei e formazione tecnico-professionale), costruire veri percorsi di formazione

tecnico professionale, rendendo concretamente attraente questa formazione (collegandola

realmente con il mondo del lavoro).

Sulle ripetenze leggere http://ospitiweb.indire.it/adi/Ripetenze11/rip1_frame.htm

 Completamente su un altro piano, l’intervento di Paul Kelley, preside di un Istituto

superiore inglese di MonKseaton, che ha rivoluzionato l’organizzazione scolastica

applicando le ricerche biologiche all’apprendimento e portando concretamente gli alunni

al centro della formazione. I ritmi circadiani degli adolescenti sono diversi da quelli

dell’adulto. L’adolescente non ha sonno la sera, mentre non riesce a svegliarsi presto la

mattina. Le scienze dimostrano che il cervello privato del sonno non riesce ad apprendere

perché le sinapsi sono bassissime, quindi in considerazione di queste ricerche scientifiche,

l’Istituto ha deciso di fissare l’inizio delle lezioni alle h.10,00. Si sono registrati

miglioramenti sensibili, sia per la motivazione degli studenti, sia per l’apprendi-mento di

materie difficili come scienze e matematica. Ancora una volta si è tornati sulla convinzione

che la statalizzazione dell’istruzione ha asservito la scuola a logiche che sono del tutto

estranee agli adolescenti. La centralità dello studente è solo sulla carta. Sempre basato

sulle scoperte più recenti della biologia e delle neuroscienze, il metodo didattico applicato

nel Liceo di Monkseaton è scientificamente fondato e si basa su “segmenti” ripetibili per

tre volte, intervallati da due pause di 10 minuti, nella quali gli studenti devono per forza

svolgere attività totalmente diverse. Sembra che questo sistema garantisca ottimi risultati

per la memoria a lungo temine. Una cosa che mi ha colpito, e che P. Kelley ha ripetuto più

volte, è che noi siamo fortunati, perché entro i prossimi 10 anni si scoprirà totalmente

come apprende il cervello umano e sarà possibile fare riferimento a metodi certi per

procurare agli individui gli apprendimenti. (per approfondire:

http://ospitiweb.indire.it/adi/RicercaApprendimentoKelley12/rak2_frame.htm)

 Anche Rosario Drago ha evidenziato, nel suo intervento, la necessità di ripensare

radicalmente la scuola e la sua organizzazione in direzione meno centrista. Sono le scuole

che devono organizzare i tempi dell’apprendimento in relazione alla maggiore efficacia

degli stessi. Gli studenti orami si sentono totalmente fuori dalla scuola. Prima lo studente

portava la sua vita e la sua gioventù a scuola. Adesso assistiamo ad una vera e propria

schizofrenia. La loro vita è tutta fuori della scuola, per questo lo studente è la sintesi di due

tendenza opposte: lo studente calcolatore e lo studente idealista, che lo portano spesso a

fare manifestazioni per la legalità o per la non violenza, ma poi ad utilizzare, dentro la

scuola, atteggiamenti illegali o violenti. Lo studente ritiene proprio che la scuola non c’etra

nulla con la sua vita. La frequenta perché serve, dee servire a qualcosa, se non gli fornisce

frutti o sbocchi concreti, allora è del tutto priva di un qualsiasi significato. Questa

dicotomia è tipica del mondo occidentale, che ha diviso l’istruzione dalla formazione, e il

“sociale” che gestisce il tempo libero di questi ragazzi fa di tutto per accentuare questa

spaccatura. La scuola facilita questo processo, invece dovrebbe invertire la tendenza

cercando di avvicinare sempre più gli strumenti di sviluppo delle conoscenze con gli

strumenti di utilizzo delle conoscenze che caratterizzano il tempo non scolastico degli

studenti. Spontaneità e creatività sono state messe fuori dalla scuola e se le è

accaparrate il mercato. Tutto quello che è scelta (anche tra discipline), differenza,

divertimento, nella scuola è sempre guardato con sospetto, così i giovani vivono fuori e

questa generazione sta vivendo una educazione senza istruzione (quella del social network,

del gruppo dei pari). Drago avanza alcune proposte:

o Tener conto del fatto che gli studenti chiedono alla scuola di essere utile. La

socializzazione e l’educazione a scuola risentono della grave crisi che investe

la società: siamo alla fine dei modelli educativi così come li abbiamo sempre

conosciuti. Dobbiamo trovare una nuova funzione alla scuola.

o Sul piano culturale la scuola ha perduto il suo monopolio, non sappiamo cosa

sia veramente utile insegnare (sono 20 anni che si parla di saperi minimi,

essenziali, utili, ecc…senza aver mai preso una decisione in merito)

o Cambiare il programma della scuola e farlo coincidere, almeno per alcune

materie, con il programma di vita dei ragazzi. I ragazzi hanno di fronte

l’enciclopedia dei programmi scolastici, ma non vi entrano nemmeno.

Bisogna ripensare alla forma e alle caratteristiche delle materie, più italiano e

meno letteratura, per esempio (sottrarre la letteratura italiana alla logica

“dell’enciclopedia”). Conoscere Manzoni e non saper leggere, comprendere,

scrivere e un controsenso. Trasformare educazione fisica, religione,

educazione artistica, e altre discipline simili, in materie scolastiche è un

controsenso. Educazione fisica è sport, religione è testimonianza, dialogo,

educazione artistica è arte. Queste discipline si vivono, non si studiano, non

dovrebbero avere libri di testo, non dovrebbero essere soggette a

valutazione come italiano, matematica e scienze. Bisogna ridurre il portato

delle discipline con caratteristiche scolastiche a quelle materie che sono

individuate come strategiche.

o La storia si deve fare a “pezzi”, non in senso cronologico e lineare. Si deve

partire dal presente, da quello che accade, si devono fornire agli studenti

paradigmi di interpretazione della realtà che stanno vivendo, leggere il

passato in relazione a quello che serve per interpretare il presente.

Allontanare l’enciclopedia anche dalla storia. Il sapere è sempre più

interpretazione, ma i nostri studenti non hanno gli strumenti basilari per

interpretare. E’ questa la nuova ignoranza del XXI secolo.

 

 

 

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