E' uscito il nuovo libro di Vittorio Gradoli
La copertina del libro

Per Romani e Greci, gli Etruschi erano un popolo alieno, diverso, i cui comportamenti ed il cui modo di vivere erano da biasimare o, nella migliore delle ipotesi, poco comprensibili.  Seneca stesso ribadisce questa “diversità” a proposito del loro modo di interpretare i fulmini e la Natura in generale, riconducendo tutto ad una manifestazione del volere divino, mentre il greco Teopompo evidenzia la cattiva fama delle donne etrusche, libertine e libertarie.  Tuttavia, i frutti di questa loro differenza furono assai apprezzati. Medici, maestri ed “ingegneri” etruschi erano molto richiesti nell’ antica Roma, mentre gli aruspici erano tenuti in grande considerazione e saranno sempre consultati, anche nel periodo imperiale.    Questa “diversità” nasce da un modo di pensare che ha poco a che fare col pensiero razionale occidentale, tipico di Greci e Romani.

Il libro di Vittorio Gradoli e di Angelo De Marchi, “La filosofia degli Etruschi – vita e pensiero del popolo più orientale d’Occidente” ( Scipioni Editore), ha il merito di indagare tra le pieghe della mente degli Etruschi, indagine singolare ed innovativa, se si considera che l’ultima (ed unica) pubblicazione sull’argomento risale al 1756, ad opera di G.M. Lampredi che pubblicò un “Saggio sopra la Filosofia degli antichi Etruschi”.

Nel libro gli Autori fanno notare le affinità tra il pensiero etrusco e quello orientale. Una filosofia pratica, più “sofia” che “filosofia”, in cui cielo e terra, vita e morte, mondo reale e mondo immaginario, essere e non essere, si fondono in unità indissolubile. In ultima analisi, un mondo più vicino alla visione di vita dei popoli indù che a quello razionale delle categorie e dei sillogismi aristotelici. Una filosofia, insomma, che parte dal basso per arrivare alla metafisica e non viceversa, come avviene nelle filosofie occidentali.

E’ un libro quindi da tenere in considerazione per tutti coloro che vogliono addentrarsi nel campo più singolare dell’indagine sugli Etruschi, per cercare di comprendere qualcosa in più sul più “misterioso popolo d’Occidente”.  

Quello che segue è un saggio del libro:


La concezione ciclica del tempo


Il sacrificio dei prigionieri troiani. Acquerello di Ruspi che riproduce l'omonimo affresco della tomba Francois

 

La concezione del tempo ciclico è uno dei concetti cardine della filosofia indiana e della filosofia buddista. Ma anche gli Etruschi abbracciarono questa idea.  La nozione della creazione e della fine del mondo non faceva parte dell'universo etrusco e di altri popoli dell'antichità classica. Tuttavia, gli Etruschi credevano che tutte le Nazioni avrebbero avuto un inizio ed una fine, quindi una durata limitata nel tempo. Gli dei avrebbero concesso al Popolo etrusco un tempo determinato articolato in saecula. Poi, per la Nazione etrusca, sarebbe stata la fine. Ciò significa che per gli Etruschi il tempo non aveva un andamento lineare, ma si svolgeva in modo discontinuo seguendo dei cicli segnati dall'inizio e dalla fine dei saecula.Questi, però, non avevano una durata simile a quella dei nostri secoli. Inoltre, avevano un decorso variabile.

Le fonti storiche nelle quali si parla della concezione etrusca del tempo sono numerose. Censorino (III sec. d. C.) nel De die natali, riprende alcuni passi dalle Historiae Tuscae di Varrone (I sec. d. C.) che, a sua volta, avrebbe attinto direttamente da fonti etrusche la concezione dei saecula.  Censorino racconta che il primo secolo avrebbe avuto inizio nel momento della fondazione delle città e avrebbe avuto fine il giorno della morte dell'uomo più vecchio nato nello stesso giorno della fondazione. Poi, fra coloro che dimoravano in città, la morte di quello con la vita più lunga determinava la fine del secondo secolo, e così via. Tuttavia, a causa della scarsa memoria degli uomini, gli dei inviano particolari segnali, dei prodigia, per annunciare la fine di un secolo. Le Historiae Tuscae furono scritte durante l' ottavo secolo di vita etrusca. Da questa fonte, Censorino trae notizia della durata dei secoli: i primi quattro durarono cento anni, il quinto centoventitre, il sesto ed il settimo centodiciannove, l'ottavo era ancora in corso e ne sarebbero rimasti altri due a concludere il ciclo. Plutarco, indica nell' 88 a.C. - anno iniziale della guerra civile romana che vide contrapporsi le fazioni di Mario e Silla - i portenta che i sacerdoti etruschi interpretarono come fine dell'ottavo secolo. Sembra che, proprio in quell'anno, fu udito il suono di una tromba proveniente da un cielo limpido e pulito, chiaro indizio di portentum.

A tal proposito, ci sono alcuni elementi che ci sorprendono. Dice Marta Sordi: ...ammettendo che l' VIII secolo fosse iniziato fra il 211 e il 188 a.C., la data proposta dai Libri rituales per l'inizio del I secolo etrusco ci porta ad una data fra il 972 e il 949 a.C., e al X secolo, molto vicina, in ogni caso, all'inizio del Villanoviano e delle prime tracce di civiltà etrusca in Italia e rivela che gli Etruschi avevano una consapevolezza abbastanza corretta della loro passata storia. Essi sapevano però già allora che, in base alle loro profezie, avevano ancora, come popolo, solo due secoli per sopravvivere: quando, nel 44 a.C., secondo un frammento del De vita sua di Augusto, comparve una stella a metà del giorno e l' aruspice Vulcatius dichiarò che essa significava la fine dell'ottavo e l'inizio del nono secolo, la fine apparve imminente.   Sembra che l' aruspice, dopo aver annunciato questa profezia, morisse improvvisamente di fronte al popolo riunito in Senato.  Si comprende anche l'angoscia che serpeggiò tra i romani: segni e prodigi continuarono e, quando durante la guerra di Perugia questa città fu incendiata, si pensò che la fine del “nomen etruscum” si stesse avvicinando. Per i profondi legami che intercorrevano tra etruschi e romani, molti pensarono che la fine si stesse avvicinando anche per Roma. Infine, la profezia di Vegoia, una delle figure mitiche, ispiratrice dell' “Etrusca disciplina”, è stata scritta nel II sec. a. C. Fa riferimento alla redistribuzione delle terre operata da Marco Druso Livio.

E' stata quindi formulata durante l' VIII sec. etrusco e prediceva la fine imminente qualora, per l'avidità degli uomini, i confini dei campi fossero stati violati .

Esistono anche altre rappresentazioni temporali. E' probabile che gli Etruschi avessero accolto l'idea di un “ grande anno”, articolato in cicli di molti secoli, concezione presente in ambito romano. Hubaux ipotizza che la caduta di Veio, avvenimento epocale nella storia di Roma, sarebbe avvenuta 365 anni dopo la fondazione della Città Eterna e sarebbe da ritenere come l'esito favorevole di una crisi attinente alla fine di un grande anno.  Roma, in quel periodo, era influenzata dai modelli culturali etruschi. Livio ammette che, proprio in quei tempi, i giovani rampolli dei nobili romani andavano a Caere per studiare le Tuscae litterae. Si potrebbe quindi attribuire agli stessi Etruschi questa concezione ciclica del tempo, con una crisi che poteva essere superata e dare luogo ad un rinnovamento e l'inizio di un nuovo ciclo.

Ma il più chiaro esempio di questa ideologia ci viene offerto dal ciclo pittorico raffigurato all'interno della Tomba François, opera di straordinaria importanza artistica e storica. L'interpretazione che ne da F. Coarelli è magistrale: in quelle pitture è possibile scorgere gli eventi che riguardano la storia del popolo etrusco e dei suoi rapporti col mondo romano. Le figure affrescate sono relative a tre periodi storici diversi. C'è la rappresentazione della guerra di Troia, con Achille che uccide i prigionieri troiani; c'è poi la saga dei fratelli Vibenna e di Mastarna (il futuro re Servio Tullio) contro la Roma del VI secolo, ed infine Vel Saties, il committente della tomba, che appare dipinto con la toga picta, in atteggiamento da trionfatore.  Sono tre periodi successivi nei quali gli stessi avvenimenti si ripetono. Nel primo c'è la presa di Troia da parte degli eroi achei come Achille, Aiace, Agamennone. Compaiono anche il saggio re Nestore e Fenice, l'educatore di Achille. Nel secondo ciclo è rappresentata la presa del potere a Roma da parte dei fratelli Vibenna e di Macstarna che cacciò via la dinastia dei Tarquini. A riprova di ciò, uno dei dipinti rappresenta l'uccisione di un certo Tarchunies Rumach, Tarquinio il Romano. L'allegoria è chiara: gli stessi eventi vengono ripetuti. La guerra che oppone Greci e Troiani è simbolicamente la guerra che vede Etruschi scontrarsi con i Romani, dato che Roma è la nuova Troia e che gli Etruschi si consideravano i discendenti degli eroi greci. Il terzo ciclo raffigura l' epoca di Vel Saties, il IV secolo. Anche lui vede la ripetizione degli stessi avvenimenti. Sembra probabile che il nobile personaggio abbia guidato le armate della città etrusca contro i Romani durante la guerra che oppose questi ultimi agli Etruschi nel 358/351, nella quale i Romani subirono gravi sconfitte. E' possibile che proprio per questo Vel Saties abbia ricevuto i massimi onori e veste quindi la toga picta, la veste del trionfatore, con la quale verrà ricordato per l'eternità.

Tuttavia, se è chiara l'allegoria attorno alla figura di Vel Saties, è altrettanto evidente che il condottiero non appare mentre combatte i Romani. E' rappresentato invece mentre compie un atto religioso, mentre osserva gli auspici che potrà trarre dall'uccello che il servo Arnza sta per liberare: atteggiamento tipicamente etrusco, chiaro attestato di appartenenza al Popolo che ha codificato la disciplina. Quei segni che gli dei gli manderanno, gli insegneranno a capire la storia, a intuire che i Romani saranno ancora vinti, ripetendo, dopo l' epopea dei fratelli Vibenna nel VI secolo, lo stesso evento rappresentato dalla vittoria degli eroi achei sui Troiani.

Nella tomba François è dunque evidenziabile la chiara concezione ciclica del tempo e della storia: ogni ciclo rappresentato ripete quello che è accaduto in quello precedente ed il tempo non è omogeneo e uniforme. Per gli induisti questo vale anche per le anime dei defunti, i grandi cicli di nascita, crescita e morte si ripetono.

Forse anche gli Etruschi ebbero questa stessa concezione, ed ancora una volta sarebbe evidente la convergenza di vedute che avvicina i due mondi.

Bibliografia:

- Dominique Briquel - Millenarismo e Secoli etruschi, dal convegno Milenio y profecia en el mundo antiguo y su influencia, Valladolid – 2000

 

- F. Coarelli – Le pitture della Tomba François a Vulci: una proposta di lettura, 1983

 

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