I MONALDESCHI NELLA TUSCIA

Parenti serpenti


 

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di Giuseppe Moscatelli

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Bolsena, il castello fa da sfondo ai misteri di S. Cristina. foto G.Moscatelli
 
Castel Rubello, in origine Monaldeschi, a Porano. foto G.Moscatelli


                       Parenti serpenti: è un modo di dire, retaggio di antica sapienza popolare, che ci mette in guardia da coloro che, essendo a noi legati da vincoli di sangue, certamente non vengono avvertiti come soggetti da cui guardarsi. Eppure l’esperienza dimostra che proprio questi sono quelli che possono infliggerci i colpi più duri, i più subdoli. E non solo e non tanto per motivi di interesse economico, che questo capita pure con i più stretti congiunti, e in fondo il denaro ha una sua dignità, ma anche per meschini motivi di piccole invidie o ripicche. E’ una storia che data da che mondo è mondo o quantomeno dall’809 d.C. anno a cui gli storici fanno risalire le origini della famiglia Monaldeschi o meglio il suo radicamento nella Tuscia, di cui furono per secoli incontrastati signori. Nobili veri, nobili antichi, con tanto di blasone a tre bande doppiomerlate d'oro. Ma allora perché serpenti? In fondo qualche panno sporco da lavare in casa ce l’abbiamo tutti. E poi erano altri tempi, sicuramente più difficili di quelli odierni. Anche i Farnese, la cui vicenda storica è esemplare per unità, coesione e senso di appartenenza familiare, non si divisero forse nei due rami dei duchi di Latera e di Castro? Si, però i Monaldeschi vollero strafare e il loro albero genealogico  risulta ben più frondoso, visto che finirono per disgregarsi in quattro rami, tutti dai nomi alquanto bellicosi. Abbiamo così i Monaldeschi della Cervara, quelli del Cane, della Vipera e i Monaldeschi dell’Aquila e tutti, pur conservando il tradizionale stemma di famiglia con i tre rastrelli d’oro su fondo azzurro, vollero aggiungervi il proprio animale patronimico. Naturalmente non fu una scelta meramente simbolica, quella di dividersi e scegliere vipere, cani, cervi e aquile per distinguersi, tant’è che i quattro rami dinastici si affrontarono da subito in un feroce conflitto, alimentato da un odio micidiale.

                Ma andiamo con ordine. Pare che di origine fossero francesi o perlomeno oltralpe godevano di cospicue proprietà terriere e immobiliari: latifondi, rocche e castelli. Il nome, com’è naturale, fu mutuato dal capostipite che si chiamava Roderico e di cognome, appunto, Monaldo. La discesa in Italia, due secoli prima dello scoccare dell’anno mille, avvenne al seguito delle milizie di Carlo Magno, nel cui esercito i nostri militavano quali capitani di ventura. L’Italia deve aver fatto una gran bella impressione a questi rudi avventurieri tant’è che quattro di loro, quattro fratelli per la precisione, vi si accasarono stabilmente: due nella bella e cosmopolita Firenze, uno a Siena, l’ultimo, Monaldo, pervenuto in terra di Tuscia fissò dimora ad Orvieto, dando origine, appunto, alla stirpe dei Monaldeschi. I nuovi arrivati - poiché certamente Monaldo non era un emigrante con la valigia di cartone, ma un signorotto con il suo corteggio e risorse economiche adeguate ai suoi progetti - si mostrarono da subito per quel che erano: si guardarono intorno e cominciarono ben presto a spintonare per farsi spazio, a discapito di altre famiglie di ben più antico insediamento e blasonato lignaggio. Lo scontro fu inevitabile e feroce. Il primo pertinace ostacolo sulla via dell’espansione territoriale e della conquista del potere politico fu la famiglia dei Filippeschi, di parte ghibellina, che certo non avrebbe rinunciato senza combattere alla posizione di assoluta preminenza esercitata sulla città di Orvieto, di cui erano i temuti signori.  La contesa fu cruenta, con agguati, ferimenti, uccisioni e spregiudicati colpi di mano da ambo le parti e, in qualche modo, epica tanto che Dante volle ricordarla nella Divina Commmedia, nel VI canto del Purgatorio, quale esempio di deleterio conflitto fratricida : “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!“. La vittoria, che arrise ai Monaldeschi, aprì loro la strada di un’espansione territoriale che dai rilievi umbri, passando per la regione dei colli volsini e della val di lago, puntava verso il Tirreno, fino a Montalto di Castro e Orbetello, fino al Giglio.

 

               Fu Ermanno, nel 1334, a consolidare il potere su Orvieto con la politica del pugno di ferro.   Peccato che durò poco: già alla sua morte infatti la lotta fratricida tra i suoi discendenti per accaparrarsi una quanto più ampia possibile fetta di potere divampò brutalmente con devastazioni, saccheggi, delitti e distruzioni reciproche. Per renderci conto del livello di selvaggia efferatezza che ispirava le loro azioni basti dire che quelli della Cervara, in odio ai parenti della Vipera, sequestrarono un loro famiglio e, gettatolo nelle segrete del castello di Torre Alfina, dopo atroci torture ne fecero cibo per i loro falconi, spezzettando il suo corpo in piccole porzioni adeguate ai loro becchi. Le lotte secolari tra le diverse fazioni non impedirono tuttavia il consolidarsi di egemonie territoriali di questo o altro ramo della famiglia, pur tra le rivendicazioni e le insidie di competitori terzi. L’annus horribilis per le fortune dei nostri fu il 1527, ovvero l’anno funesto del sacco di Roma, il cui terribile ricordo ha riempito le cronache di annalisti, storici e scrittori che ci hanno tramandato le sanguinose imprese dei lanzichenecchi, ovvero le scellerate soldataglie mercenarie al soldo di Carlo V. A farne le spese furono naturalmente anche le comunità civili che le orde alemanne incrociarono lungo il loro passaggio e che, nella migliore delle ipotesi, furono depredate di tutto quanto necessario al sostentamento dei devastatori. Fu così che borghi come Grotte di Castro, San Lorenzo e Proceno subirono il saccheggio. Peggio andò al castello di Onano e ai suoi sfortunati abitanti che videro le loro case bruciate e i propri beni saccheggiati per poi essere in gran parte trucidati. Non mancarono tentativi di opporre una qualche resistenza, talvolta coronati da effimero successo: si deve a Camillo Monaldeschi la strenua difesa del castello di Trevinano che grazie all’eroismo di uomini ben addestrati e adeguatamente armati respinse l’assalto.

               Ma ormai la parabola discendente della famiglia, che per oltre mezzo millennio aveva sempre coerentemente militato nella fazione guelfa, era inesorabilmente iniziata e la spinta, per così dire, fu data proprio da chi, nei secoli, dei loro servigi si era sempre giovato:  il papa. Verso la fine del XVI secolo infatti, uno degli epigoni del casato, ovvero Gianfrancesco Monaldeschi signore di Trevinano e Castiglione, fu accusato e giudicato colpevole – non sappiamo con quanto fondamento – da papa Clemente VIII di aver protetto e dato ospitalità nel suo feudo ad alcuni briganti. Il problema del brigantaggio aveva allora assunto nello stato pontificio una notevole gravità ed urgenza se è vero che il medesimo papa nel 1595 aveva deciso di affrontarlo manu militari inviando nella campagna romana a sud della capitale, oggetto di frequenti scorrerie di bande criminali, alcune compagnie di cavalleggeri per riportare tranquillità e ordine. Clemente VIII arrivò così a confiscare a vantaggio della Camera Apostolica la tenuta di Trevinano, fiore all’occhiello dei possedimenti monaldeschi, compromettendo irrimediabilmente la già precaria situazione finanziaria in cui la famiglia versava. Per cercar di star dietro ai debiti gran parte della residua proprietà fondiaria fu venduta al card. Giacomo Simoncelli, vescovo di Orvieto, senza tuttavia riuscire a risanare pienamente la dissestata situazione.

 

 

 

 

Il castello Monaldeschi a Montecalvello. foto G. Mazzuoli

 

Il castello Monaldeschi della Cervara a Bolsena. foto G. Mazzuoli

 

 

Torre Alfina, il castello in origine Monaldeschi. foto G. Mazzuoli

 
 

 

Tra ingiunzioni, vendite, sequestri e confische l’ultimo atto di questa lenta ma inesorabile decadenza si ebbe nel 1664, allorché anche Torre Alfina, possedimento delle origini in cui molti autorevoli capitani del casato erano nati e vissuti e proprio per questo di valore identitario, fu ceduta alla Camera Apostolica, mettendo così fine alla vicenda storica di questa gloriosa famiglia, nei suoi vari rami protagonista per oltre seicento anni della storia della Tuscia, che ancor oggi si fregia di rocche, palazzi, torri e castelli da loro edificati o a loro appartenuti. L’albero genealogico dei nostri, inaugurato nell’anno 809 da un Monaldo (il capostipite), si chiude nel 1682 con la morte di un altro Monaldo,  il quale ebbe due fratelli senza discendenza e un’unica figlia, Anna Maria, andata in sposa al marchese Giammattia del Monte S. Maria.

               Cala così definitivamente il sipario su una stirpe che preferì la divisione all’unità familiare, l’inimicizia alla collaborazione, lo scontro alla diplomazia, al punto da guerreggiare con granitica tenacia in conflitti secolari, non ascoltando altre ragioni se non quelle delle armi. Il loro nome resta indissolubilmente legato alla città di Orvieto, ma non dobbiamo dimenticare che governarono su Torre Alfina, Trevinano, Bolsena, Lubriano, Bagnoregio, Civitella di Agliano, Porano, Cervara, Onano, Castel Viscardo, Grotte S. Stefano, Vallebona, Montecalvello, Castiglione in Teverina, e altri feudi minori ed esercitarono la loro influenza, per motivi storici e per l’instaurazione di relazioni clientelari di alleanza e protezione, anche su Acquapendente, Valentano e Farnese, ovunque lasciando traccia rimarchevole della loro presenza, ragion per cui possono a buon diritto essere annoverati tra “i signori della Tuscia”. 

(Pubblicato  la prima volta su “La Loggetta” n. 119 del 2019)