GLI SPECCHI ETRUSCHI DI PIANSANO

 

Stampa

 

di Giuseppe Moscatelli

Clicca sull'immagine per corrispondere con l'autore


 

Eos e Memnos, originale

L’etruscheria piansanese, a ben vedere, non è poi così trascurabile: si va dal “fontanone etrusco” di Marinello alle numerose tombe disseminate sul territorio; dall’iscrizione su quattro righe della tomba studiata dal prof. Morandi, oggi inglobata nella nuova sala conferenze,  ai sarcofagi conservati nel palazzo comunale, tra cui il coperchio in terracotta con figura recumbente recentemente restituito dall’amministrazione provinciale. Si aggiungono oggi due importanti reperti regolarmente catalogati e conservati in due distinti musei, in Italia e in Danimarca. Si tratta di due specchi etruschi in bronzo: il primo, raffigurante i Dioscuri, è conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Viterbo (allestito nelle sale della Rocca Albornoz); il secondo, raffigurante Eos e Memnos, è custodito a Copenaghen  presso il Museo Nazionale Danese.

Prima di entrare nello specifico è opportuno fornire alcune indicazioni sulla peculiarità degli specchi etruschi che costituiscono un corpus iconografico di assoluto rilievo per lo studio della storia, dei costumi, dei miti e della religione di questo popolo. Va anzitutto sottolineata la loro tipicità: il fatto cioè di essere genuina espressione dell'arte e della creatività dei nostri progenitori, una sorta di prodotto nazionale etrusco per eccellenza. In effetti se le tanto celebrate ceramiche figurate sono in gran parte di produzione, importazione o imitazione greca, gli specchi disseminati in Etruria sono tutti di origine etrusca. La produzione nasce nella seconda metà del VI secolo a.C. e si sviluppa per almeno tre secoli, andando ad esaurirsi nel corso del II secolo a.C. A partire dal III secolo tuttavia la manifattura propriamente artistica, vanto degli artigiani etruschi, diventa produzione di serie, concentrandosi in poche grandi officine, con grande decadimento dell’aspetto qualitativo.

Ma quali sono i caratteri che denotano la tipicità dello specchio etrusco e la sua originalità, tali da renderlo unico e inconfondibile? Cominciamo dal metallo utilizzato che è sempre il bronzo (non significativa la presenza di metalli nobili). Lo specchio era quindi un oggetto di uso comune, non di lusso, presente probabilmente in quasi tutte le case. Tant'è che ne sono stati rinvenuti in quantità, in tutte le necropoli dell'Etruria: dalla grande città al pagus di campagna. Era un oggetto tipico della toilette femminile, dono gradito per le donne della casa. Lo specchio etrusco è sempre decorato ad incisione (non fa testo qualche raro esemplare a rilievo). La sua fusione avveniva probabilmente con la tecnica della cera persa, anche se sarebbe più ovvio pensare, considerate le dimensioni dell'oggetto e il suo limitato valore, all'uso di stampi in pietra: tali stampi tuttavia non sono stati mai rinvenuti.

L'incisione avveniva al bulino sul rovescio dello specchio: veniva cioè decorato il retro e non la faccia principale, vale a dire quella riflettente, che diventava tale in virtù di una accurata lucidatura. La parte liscia, quella riflettente, risulta leggermente convessa al fine di ampliare l'angolo visivo. A questa convessità corrisponde nella parte decorata una concavità il cui fine è quello di evitare danni alla decorazione quando lo specchio veniva posato, magari distrattamente, su una superficie ruvida. Gli specchi possono essere di vario tipo, ma la maggior parte sono dotati di un manico ed hanno un disco pressoché perfettamente rotondo. Non è da escludersi che ciò sia collegato ad un simbolismo solare, almeno nel periodo etrusco più antico. Quanto alle dimensioni la lunghezza non supera quasi mai i trenta cm. e il diametro del disco i venti cm. Veniamo alla decorazione, che potrebbe riservarci qualche delusione. In effetti i soggetti rappresentati sul prodotto più tipico dell'arte e della civiltà etrusca sono quasi sempre divinità ed eroi tratti dalla mitologia greca: Zeus, Atena, Afrodite, Era, Dioniso, Apollo, Hermes, Ercole, Paride…

 I nomi dei personaggi raffigurati, quasi sempre incisi sopra le figure, sono etruschizzati e così rispettivamente troveremo: Tinia, Menerva, Turan, Uni, Fufluns, Aplu, Turms, Hercle, Elacsntre… ma le storie narrate restano pur sempre quelle del mito greco: dalla nascita di Atena, al giudizio di Paride, dalle imprese di Ercole ai viaggi di Ulisse, ai Dioscuri… In una minoranza di casi ritroviamo anche personaggi e vicende genuinamente etruschi: divinità, semidei, demoni, eroi nazionali; come pure cerimonie religiose e scene di vita quotidiana. Tutti elementi fondamentali per le nostre conoscenze sulla storia e sulla società etrusca.

Non sfuggono a queste regole i due specchi etruschi rinvenuti a Piansano. Il più bello e prezioso è quello conservato nel Museo Nazionale Danese: è naturalmente in bronzo e databile al 450 a.C. ca.; ha un diametro di quasi 17 cm. ed è mancante del manico, andato perduto. Di gran pregio l’incisione sulla parte figurata dello specchio: due steli ondulati d’edera si dipartono, affrontandosi, dalla base del disco che incorniciano in tutta la sua circonferenza; al sommo dei rami due grappoletti di bacche si congiungono a ghirlanda. Sempre sul bordo inferiore, sotto una barra, un cane insegue una lepre. E veniamo al soggetto principale, racchiuso all’interno della corona vegetale. Una donna alata in sandali e con i capelli stretti da un nastro è avvolta in un ampio e svolazzante mantello trasparente, decorato in basso da una fascia ricamata a zig-zag.  Sostiene con le braccia il corpo rigido ed esanime di un guerriero, ancora bardato con elmo crestato, corazza, tunichetta e scudo tondo con raffigurato un pesce. La donna sembra procedere con passo veloce verso destra, volgendo però il profilo del viso dalla parte opposta, come per assicurarsi di non essere inseguita. I due personaggi, dei quali non è indicato il nome, sono identificabili con Eos e Memnon : la prima, dea dell’Aurora, è la madre del secondo, morto durante la guerra di Troia per mano di Achille. Eos pianse a lungo la morte del figlio prediletto, e le sue lacrime formarono la rugiada. Si tratta di un soggetto noto nella coeva ceramica attica a figure rosse (apprezzatissima presso gli etruschi) ma non frequente sugli specchi: se ne conosce un altro bell’esemplare conservato all’Art Institute of Chicago.

E veniamo al secondo specchio, di qualità decisamente inferiore, conservato a Viterbo nel Museo della Rocca Albornoz. E’ in bronzo, databile alla fine del III sec. a.C. ed ha un diametro di poco superiore agli 11 cm. e un’ altezza totale di quasi 22 cm. Ha un manico semicilindrico fuso unitamente al disco e con modanature sulla parte anteriore e scanalatura centrale sul retro. Sul lato figurato vediamo quel che resta di un’incisione riproducente due uomini in tunica: uno indossa un berretto frigio, l’altro appare in gran parte abraso.  Stanno in piedi l’uno di fronte all’altro, divisi da una sorta di croce di sant’Andrea stilizzata. Alle spalle del primo un grande scudo, in origine presente anche alle spalle dell’altro. Sono i Dioscuri, ovvero i gemelli Castore e Polluce, figli di Zeus e di Leda. Furono due degli Argonauti ed erano talmente legati che allorché Castore cadde in combattimento Polluce chiese la morte a Zeus anche per sé. Il padre degli dei tuttavia, colpito da tanto legame, concesse loro di vivere insieme un giorno sull’Olimpo e uno nell’Ade. Una curiosità: entrambi gli specchi provengono da uno scavo clandestino. Quest’ultimo, in particolare, è stato sequestrato dalla Guardia di Finanza di Viterbo ad un nostro concittadino nel 1973. Tutte le fonti qualificano i due specchi “from Piansano”, ma nessuno può dire esattamente in quale parte del nostro territorio siano stati ritrovati. A meno che i fortunati ritrovatori non vogliano darci una mano.

 

 

 



 

 

 

 
Eos e Memnos, restituzione grafica
Eos e Memnos, restituzione grafica
Dioscuri, restituzione grafica
Dioscuri, restituzione grafica
Copenaghen, il Museo Nazionale Danese
Copenaghen, il Museo Nazionale Danese
Viterbo, Piazza della Rocca con il Museo Archeologico Nazionale
Viterbo, Piazza della Rocca con il Museo Archeologico Nazionale
 
 


 

TORNA SU