L‘ambiente a cui si riferisce il vangelo di Giovanni

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Nelle figure simboliche degli evangelisti, l’aquila con le ali in atteggiamento di riposo allude all’evangelista Giovanni.
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  I nostri padri nella fede l’avevano dedotta da una famosa visione di Ezechiele e da un’altra assai simile, dell’Apocalisse. Di certo tutta la composizione del IV vangelo, per il modo di accostarsi agli eventi, e gli strumenti con cui ritrarli, ha del sublime, si libra veramente su ali di aquila. In Giovanni il mistero del Cristo si va svelando, passo passo, attraverso scenari d’incanto che invitano ad andare sempre avanti, sempre più a fondo, passando da scoperta a scoperta. I gesti del Salvatore diventano segni di qualcos’altro, al quale richiama i suoi ascoltatori; gesti che non ha riscontri neppure nei personaggi biblici di maggior risalto. I suoi discorsi affascinano per le profondità dove ti conducono, e ancora più per il clima trasognato, anzi no soprannaturale, che ti crea dentro. E lui, lo scrittore, è sempre lì dietro le pagine che scorri, per avvertirti che non è disposto a rivelarti proprio tutto ; ma solo per non seppellirti sotto il peso enorme di volumi che gli occorrerebbero per soddisfare la tua sete di Cristo, scatenata dalla sua narrazione. Il protagonista di Giovanni è proprio “l’unigenito dal padre, pieno di grazia e verità (Giov. 1, 14). E come ha osato premettere un enunciato di questo spessore, all’inizio del suo volume, non ha dubbi nel chiuderlo, a dichiarare, un’ultima volta “che Gesù è il Cristo (il messia) il figlio di Dio e perché credendo abbiate la vita nel suo Nome”(Giov. 20, 31).

  Giovanni evangelista dovette necessariamente tener d’occhio tre aree di lettori ai quali veniva consegnato questo nuovo vangelo, assai diverso dagli altri: gli Ellenisti, gli gnostici e i giudei di quel tempo.
ELLENISTI: si trattava di gente che seguiva la filosofia di Platone e discuteva volentieri di “carne e spirito”, di “cose celesti e terrestri, di verità (alètheia) e di errore (plàne)”. Scorrendo le pagine di Giovanni ci imbattiamo spesso in queste espressioni, che i suoi lettori comprendevano assai bene. Però ebbe il coraggio di dare ad esse contenuti decisamente diversi.
GNOSTICI: erano quelli che con il platonismo volentieri saldavano filosofie e religioni del medio oriente, in un sincronismo senza scrupoli. Giovanni non esitò di dare alla loro parola Logos (verbo) un significato del tutto diverso: quello di figlio di Dio e alla loro tesi di una salvezza basata sulla sola conoscenza, quella realizzata dal Verbo che “si è fatto carne”, inserendosi nella storia umana, in prima persona.
EBREI: erano i residuati del popolo dove era nato anche lui, Giovanni. Adesso, dopo il disastro del 70 e più dopo quello di Bar Kokeba, visto scomparire tempio e sacerdozio, si erano affidati ai rabbini, orami tutti della corrente dei farisei, per i quali la vera, perfetta e definitiva manifestazione di Dio era la legge di Mosè. Con loro fu ancora più esplicito, e disse chiaro che la vera e perfetta manifestazione di Dio era quella venuta nella persona di Gesù, in cui giungevano a pieno compimento la legge e i profeti d’Israele. (segue Giovanni nipote della Madonna).
 


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