E' un libro di Sergio Paglieri del 1991, in cui descrive la sua avventura da archeologo a Vulci negli anni che vanno dal 1956 al 1961
La copertina del libro

Sergio Paglieri ha vissuto cinque anni a Vulci. Giovane archeologo genovese, arrivò nel 1956 su incarico della Soprintendenza, per coordinare i lavori di scavo all’antica città.

La sua avventura durò solo 5 anni con una pausa necessaria per conseguire la laurea nella sua terra d’origine, ma fu un periodo intenso, di frustrazioni dovute agli scarsi mezzi a disposizione, ma anche di soddisfazioni legate a importanti scoperte archeologiche e al crescere dei rapporti umani con i suoi collaboratori al castello dell’Abbadia di Vulci.

Quello fu sicuramente un periodo che segnò la vita di Paglieri visto che dopo 30 anni decise di scrivere un libro su quelle esperienze che vengono descritte con una precisione tale da sembrare avvenute pochi giorni prima.

Il libro, dal titolo “Guerrieri di Polvere”, è un prezioso documento storico per il nostro territorio e in particolare per l’area archeologica di Vulci ed ha il merito di rendere uno spaccato sociale della seconda metà degli anni ’50. La crisi economica post-bellica si faceva ancora sentire e a poco servì la fine del latifondo dei Torlonia, perchè la conseguente distribuzione delle terre ai contadini fu in parti troppo piccole da poter garantire un sostentamento dignitoso.

In quel periodo, a complicare ancora di più le cose a chi, come Paglieri, aveva a cuore la difesa del patrimonio archeologico, fu l’attività degli innumerevoli tombaroli alla ricerca dei pezzi pregiati che avrebbero potuto cambiare il corso della loro misera vita.

Sergio visse quasi sempre al Castello dell’Abbadia, quella fu la sua base per dirigere i complicati lavori di scavo alla città antica e rappresentò anche un vero e proprio avamposto nella lotta impari contro gli scavatori clandestini. Qui fu anche realizzato il primo vero allestimento di quello che diventerà il museo archeologico nazionale. Questo fu un primo importante passo per sensibilizzare la popolazione locale al senso di collettività del patrimonio archeologico.

Il libro è anche colmo di umanità, soprattutto nella descrizione dei rapporti tra il giovane archeologo e i suoi collaboratori, i personaggi che gravitavano intorno all’archeologia con spirito non sempre disinteressato e persino con gli stessi tombaroli.

Il mestiere dell’archeologo era difficile e privo di soddisfazioni economiche, le esigenze familiari costrinsero Sergio Paglieri a seguire la strada dell’insegnamento nella scuola di Canino. Poco dopo si trasferì a Genova dove lo attendeva una luminosa e più gratificante carriera giornalistica.

 

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