In un libro dell’Associazione Canino Info Onlus la storia, i reperti e il fascino di una delle più importanti città dell’antica Etruria
La copertina del libro

  Per una singolare e felice coincidenza editoriale vedono contemporaneamente la luce due nuove pubblicazioni sui nostri progenitori etruschi, entrambe realizzate a cura dell’Associazione Canino Info Onlus. La prima “Testimonianze Etrusche della Tuscia”, autori il sottoscritto e Giacomo Mazzuoli, è una sorta di tour virtuale alla scoperta delle necropoli disseminate nel nostro territorio; la seconda “Vulci, le necropoli la città il museo” è una monografia che Giacomo Mazzuoli ha dedicato all’antica capitale della Maremma etrusca. Canino Info Onlus, che ha già promosso la pubblicazione del volume “Canino, storia arte e cultura”, porta così a termine il percorso di ricerca storico e iconografico sul territorio caninese, e al contempo si offre al lettore - studioso, appassionato o turista - un volume ricco e completo, seppur agile e chiaro, sulle emergenze storiche e archeologiche del territorio vulcente.
Vulci in effetti è uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi di tutta l’Etruria.
Di questa città che fu tra le più illustri della confederazione etrusca non conosciamo esattamente neanche il nome, al punto che la sua storia moderna, la sua riscoperta, inizia con un clamoroso fraintendimento storico-archeologico.
Luciano Bonaparte, principe di queste terre per investitura papale, uomo culturalmente versatile e sommo dilettante nelle cose archeologiche, a partire dall’autunno del 1828 riportò infatti alla luce le necropoli di Vulci nella convinzione di aver scoperto il sito di… Vetulonia.
Quest'ultima città, anch’essa appartenente alla dodecapoli etrusca e nota agli studiosi per esser citata da fonti etrusche e romane, aveva costituito un autentico banco di prova per molte generazioni di storici e archeologi. Luciano Bonaparte, iniziando i suoi scavi, ritenne di aver finalmente risolto questo vetusto rompicapo storico-archeologico: e in effetti tra Velcha (o Velch) che potrebbe essere il nome etrusco di Vulci e Vatlu (ovvero Vetulonia) la differenza, dal punto di vista lessicale, potrebbe apparire al profano trascurabile.
  Il mito di Vulci è comunque legato ad un altro grande dilettante dell’archeologia: lo scrittore e viaggiatore inglese George Dennis che ne nobilitò la scoperta, datandola al 1828, con una accattivante e più che plausibile invenzione letteraria: la volta di una tomba che cede sotto il peso dei buoi rivelando agli increduli contadini inusitati tesori archeologici…
La grande stagione di Vulci inizia quindi con il Bonaparte e si protrae, pressoché ininterrottamente, fino agli anni trenta del secolo scorso. Dopo il secondo conflitto mondiale, e fino ai giorni nostri, gli interventi di scavo sistematici diventano saltuari. La scarsità, se non proprio la mancanza, di scavi organici ha però inevitabilmente lasciato libero il campo ai cosiddetti “abusivi” o “clandestini” che non hanno mai interrotto di setacciare il territorio: Vulci in effetti è stato ed è l’autentico paradiso dei tombaroli.
Un altro aspetto del mistero di Vulci è rappresentato dalla sua esatta consistenza e configurazione urbana e antropica. Della città antica, in effetti, oggi non rimane pietra su pietra, a parte alcune direttrici stradali e tratti di mura. Nondimeno la straordinaria estensione delle sue necropoli, il numero sterminato delle sue tombe e, soprattutto, la particolare ricchezza e il pregio dei suoi corredi funebri, depongono a favore di una vera e propria metropoli di grande potenza economica e culturale.
Ciò, in parte, spiega la peculiare risorsa archeologica di Vulci, ovvero la eccezionale abbondanza di vasi dipinti. Vulci è stata una autentica “miniera di vasi”: il clan Bonaparte ne scavò a migliaia, e nessuno può sapere quanti altri siano stati preda dello “spontaneismo archeologico”. Basti dire che sono stati rinvenuti più vasi dipinti a Vulci che in tutto il resto dell’Etruria classica.
  La parabola storica di Vulci raggiunge il suo apogeo nel VI sec. A.C. per poi declinare malinconicamente, fin quasi al punto che di questa città si perse anche la memoria. Da mille e più anni di Vulci ci parlano solo le sue tombe.
L’autore Giacomo Mazzuoli, ha compiuto un lodevole sforzo di ricerca per riunire e integrare, evitando ogni dispersione, tutto quello che il lettore potrebbe desiderare di conoscere sull'antica città, sulle sue necropoli e sul museo nazionale. Notevole cura è stata riservata alla documentazione iconografica: vengono in particolare riprodotti molti reperti conservati nel museo situato all'interno del castello. E' come se il lettore venisse accompagnato per mano sala per sala, vetrina per vetrina.
Il libro è arricchito da un saggio del sottoscritto sulla fortuna archeologica di Vulci e sui suoi interessati estimatori (i tombaroli), e da numerose tavole a colori di Elena Palma: illustratrice sempre efficace, ma particolarmente convincente ed ispirata quando si trova a disegnare i suoi amati etruschi.
 

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