Gli Etruschi praticavano il rito del sacrificio umano?

La scoperta di una sepoltura a Chiusi riapre il dibattito su questo argomento controverso

“Sono arrivato qui dall’Africa. Ho attraversato il mare insieme ad altri cento uomini, fino a raggiungere poi le terre dei Tirreni… Erano venuti a prendermi nella mia terra molto tempo fa. I pirati del Tirreno presero me ed altri uomini. E gli dei non ebbero a decidere altro destino per me che non quello di essere schiavo. Sono stato catturato. Sono stato incatenato. Ho capito solo dopo che erano le loro usanze, quando era tardi. Sono arrivato in questo posto di stranieri e in questa terra finirò il mio viaggio terreno. Oggi mi hanno fatto camminare, sempre incatenato, fino ad essere abbastanza lontano dal villaggio, loro mi stavano dietro. C’era il sole. A un certo punto qualcuno da dietro mi ha preso la testa e ho sentito freddo al collo. Freddo e poi sangue caldo che colava dal mio collo lungo il corpo. Davanti a me una buca. Ma c’era il sole e volevo vedere tutta quella luce. Mi hanno buttato nella buca e continuavo a guardare il sole. Poi il buio. Non ho sentito più nulla”.

E morendo, l’uomo è rimasto adagiato su un fianco, quello sinistro. Il braccio sinistro schiacciato sotto al corpo e la testa girata all’insù, in modo non naturale. Come se davvero avesse cercato fino all’ultimo di vedere la luce del sole.
Una sepoltura, ecco di cosa si tratta. Ma si deve fare un passo indietro, di un anno. Era febbraio del 2016 quando, dopo una segnalazione del Gruppo Archeologico Città di Chiusi, in una porzione della collina prospiciente il lago di Chiusi conosciuta come Poggio Renzo, sono state trovate cinque sepolture a camera e a fossa. “L’area di Poggio Renzo rappresenta una delle più importante necropoli chiusine, utilizzata dal IX al II secolo avanti Cristo, con tombe a camera famose quali la celeberrima tomba dipinta della Scimmia, la tomba dell’Iscrizione o la tomba ellenistica della Pellegrina” ha spiegato Maria Angela Turchetti, Polo Museale dell’Umbria (ex Soprintendenza Archeologia della Toscana) in occasione del convegno a Tourisma2017, il salone internazionale della Archeologia che si è svolto a Firenze la scorsa settimana.
“Le tombe indagate coprono un arco di tempo di quasi due secoli, tra la seconda metà del VII sec. a.C. e la metà del V sec. a.C. e seppure parzialmente saccheggiate, hanno consentito di documentare una variegata casistica di situazioni riconducibili a una pluralità di rituali ed interventi umani antichi. Tra le sepolture a fossa ed inumazione si distingue la tomba 4 che per posizione stratigrafica, contesto archeologico, postura dell’individuo, dati antropometrici rappresenta una significativa anomalia: per questa deposizione non si può escludere l’ipotesi di una uccisione rituale o di un sacrificio umano. Insomma, nella tomba 4, il ‘nostro uomo’ era caduto in maniera brusca e lì rimasto fino allo scavo ma si trattava di una sepoltura perché era stato ricoperto di terra e sigillato con lastre di pietra. E quando Stefano Ricci  dell’unità di ricerca Preistoria e Antropologia Dipartimento Scienze Fisiche Della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena è andato a ricostruire il cranio, ha anche verificato che non si trattava di tratti etruschi e nemmeno europei. Da un primo confronto statistico sulle misure del cranio, l’uomo poteva provenire dall’Africa, dall’Asia minore. Ma questo sarà il Dna a stabilirlo, lo stesso Dna utilizzato per rivelare altre sensazionali scoperte che hanno portato la fama dell’università di Siena e dei suoi ricercatori in giro per il mondo.
La nostra ricostruzione romanzata si basa sulle prime notizie che abbiamo dallo scheletro rinvenuto: sulle ossa del tronco si notano segni particolari che dicono che in vita si trattasse di un uomo di fatica, che lavorava molto, uno schiavo quasi sicuramente.
I risultati dei recenti scavi condotti a Chiusi nella necropoli di Poggio Renzo hanno fornito dunque l’occasione per tornare a riflettere su un argomento di interesse storico e sociologico sul quale esiste una sterminata letteratura. “In tutte le culture la scomparsa di un individuo ha rappresentato un momento cruciale per la comunità che ha stabilito codici di comportamento con cui regolare il delicato rapporto tra i sopravvissuti e il defunto – ha detto la dottoressa Turchetti al convegno – archeologia e antropologia da sempre hanno cercato un terreno comune di indagine nell’analisi di una sepoltura per identificare queste regole che tendono ad essere standardizzate.
Talvolta alcuni casi si allontanano dallo scenario consueto e mostrano differenze non sempre facilmente interpretabili. Per questi casi la letteratura ha creato la definizione di deviant burial o sepolture anomale, all’interno delle quali possono essere comprese le deposizioni rituali o i sacrifici umani. I casi proposti, ad oggi ancora inediti, osservati anche alla luce delle fonti iconografiche, epigrafiche, letterarie (riti di fondazione e di chiusura), rappresentano un tentativo di proseguire e affinare l’approccio metodologico emerso negli ultimi anni.
Riutilizzare una sepoltura era una pratica abbastanza diffusa anche in Etruria. Ma una tale operazione poteva essere compiuta solo ponendo in atto determinati rituali di chiusura e purificazione, le cui modalità dovevano essere regolate dalle norme contenute nei Libri Rituales, uno dei grandi testi sacri degli Etruschi. La riapertura della tomba dell’Iscrizione di Poggio Renzo ad esempio, in concomitanza con i recenti scavi, ha consentito di riflettere nuovamente su un grande rituale di chiusura ancora perfettamente leggibile. Questa testimonianza ha fornito anche l’occasione per una breve panoramica sui rituali etruschi di fondazione e di chiusura in contesti di abitato, santuario e necropoli che prevedevano libagioni singole o di gruppo e sacrifici di animali, talora consumati dai partecipanti al banchetto. Ad un rituale di chiusura può forse rimandare anche il caso della tomba 4: probabilmente un sacrificio umano in occasione della definitiva chiusura della tomba a camera nel cui corridoio il nostro schiavo è stato sepolto. L’obiettivo, già raggiunto preliminarmente in occasione del convegno di Tourisma 2017, è quello di un lavoro pluridisciplinare, aperto alle moderne tecnologie, per giungere in primo luogo alla creazione di una banca dati che consenta di valutare appieno gli aspetti qualitativi e quantitativi su un tipo di sepolture, quelle anomale, su cui è ancora estremamente arduo e insidioso pronunciarsi”. Artefici del lavoro di ricerca, scavo e studio sono Maria Angela Turchetti, Polo Museale dell’Umbria (ex Soprintendenza Archeologia della Toscana); Elsa Pacciani, Soprintendenza ABAP-FI (ex Soprintendenza Archeologia della Toscana); Stefano Ricci, Giulia Capecchi, Università degli Studi di Siena (U.R. Preistoria e Antropologia Dip. Scienze Fisiche Della Terra e dell’Ambiente); Mattia Bischeri, Coop Clanis, collaboratore Soprintendenza. L’indagine è stata resa possibile da: l’ex Soprintendenza Archeologia della Toscana, la Soprintendenza SABAP-SI, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio di Firenze, il Comune di Chiusi, il Gruppo Archeologico Città di Chiusi, la Banca Valdichiana, l’Università degli Studi di Siena (U.R. Preistoria e Antropologia Dip. Scienze Fisiche Della Terra e dell’Ambiente).

Katiuscia Vaselli 

www.sienanews.it

 

 

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