Lucia Burlini talks

A colloquio con la Venerabile

        Quando nel 1930 la Metro Goldwyn Mayer lanciò la “divina” Greta Garbo, diva del muto, nel suo primo film sonoro “Anna Christie”, lo slogan fatto circolare per invogliare il pubblico ad accorrere al cinema era “Garbo talks”, ovvero “La Garbo parla”. Questo aneddoto mi è venuto in mente allorché, consultando la positio del processo canonico di beatificazione della nostra concittadina Lucia Burlini, che noi da sempre amiamo chiamare “la beata Lucia”, mi sono imbattuto nel verbale reso dalla medesima, e puntualmente trascritto da un segretario ecclesiastico, in occasione dell’analogo processo di canonizzazione del suo direttore spirituale e fondatore della congregazione dei Padri Passionisti S. Paolo della Croce.

E’ il quattro luglio del 1777, siamo a Corneto (l’odierna Tarquinia): Lucia ha 67 anni e il p. Paolo della Croce è morto da soli due anni, in fama di santità. Nel clima rovente dell’estate maremmana la Venerabile, in varie sessioni che si protraggono per quattro giorni, effettua di fronte al tribunale ecclesiastico la sua ampia e documentata deposizione sulle virtù eroiche del suo direttore spirituale, invocandone la santità. Per noi suoi devoti leggere quelle pagine è come salire sulla macchina del tempo e viaggiare a ritroso di due secoli e oltre, fino a raggiungerla. La “beata Lucia” è ora di fronte a noi: possiamo intravedere la sua umile figura di donna di casa nel suo semplice abito lungo dal tessuto un poco usurato, ma pur sempre decoroso; i capelli crespi e ingrigiti raccolti in una crocchia sfilacciata sulla nuca; possiamo intuire il tono rispettoso e misurato della sua voce ma soprattutto udire distintamente le sue nitide parole. Lucia ci parla, ascoltiamola.

 

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Biografia di Lucia Burlini in lingua tedesca

Come vi chiamate?

Mi chiamo Lucia Burlini, ho sessantasette anni e sono di Piansano. Mio padre si chiamava Pietro, mia madre Cristofora. Sono stata sempre libera e mi sono occupata degli affari di casa mia e di mio fratello Francesco Antonio, del cui lavoro io vivo. Non sono povera ma neanche ricca.

Frequentate i sacramenti?

Mi accosto alla confessione e alla comunione almeno tre volte alla settimana, talora anche ogni giorno, perlopiù nella Chiesa del Suffragio, vicina a casa mia. La mia ultima comunione risale a questa mattina. Il mio confessore è l’arciprete don Giovanni Lucattini. Non ho mai subito denunce o querele, né sono mai stata carcerata o scomunicata, grazie a Dio.

Conoscevate il padre Paolo della Croce?

Ho conosciuto assai bene e per tanti anni ho frequentato il gran Servo di Dio p. Paolo della Croce che, finché è vissuto, è stato il mio direttore spirituale. La prima volta che l’ho incontrato è avvenuto quarant’anni fa, durante le missioni a Cellere. Talmente fui presa dalla sua predica che mi venne una smania irrefrenabile di andarmi a confessare da lui. La mattina seguente mi alzai quindi prima ancor che facesse giorno e mi recai in chiesa, ma il suo confessionale era già affollato da tante persone che non potei avvicinarlo. Il giorno successivo, con altrettanto zelo, tornai in chiesa, decisa anche a saltare il pranzo pur di potermi confessare; ma quando ormai si era fatta sera ed ero sul punto di soddisfare il mio desiderio, il padre fu chiamato perché era giunta l’ora della predica. Approfittai di quel momento per rivolgermi a lui, riferendogli che ero forestiera e da due giorni facevo la fila per aver grazia di una sua confessione, pregandolo quindi di concedermi questa consolazione. Lui mi rispose che al momento non poteva, essendo già stato sollecitato a raggiungere l’altare per predicare, ma se mi fossi fatta vedere la mattina seguente, dicendogli che ero quella forestiera, senz’altro mi avrebbe confessata. Così feci: la terza mattina il padre, non appena mi vide, uscì dal confessionale e, chiamandomi per nome – anche se sono quasi sicura di non averglielo detto il giorno prima – mi invitò a confessarmi.

Quale profitto avete tratto da questa esperienza?

Gli manifestai il mio desiderio di darmi al servizio di Dio, cosa per cui dimostrò gran piacere e ancor più quando gli dissi che ero zitella e non avevo mai fatto l’amore. Stimò il mio lavoro al telaio assai utile per restare raccolta e tenermi lontana da quei pericoli che si possono incontrare andando a lavorare in campagna. E in proposito mi fornì alcune regole per la mia sicurezza e direzione che mi furono poi vantaggiose nella pratica.

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Chiesa parrocchiale, inizio anni settanta, manifestazione in onore di Lucia Burlini con p. Bernardino e tanti piccoli piansanesi tutti riconoscibilissimi. Foto inedita coll. G. Moscatelli

Lo avete nuovamente incontrato in seguito?

Mi trattenni a Cellere per tutta la durata delle missioni, senza aver più modo di conferire con lui, ma sempre più accesa di desiderio di ascoltare le sue parole e profittare dei suoi consigli. Avevo concepito una venerazione singolarissima per questo sant’uomo che andava scalzo, senza cappuccio e senza mantello, indossando una tonaca assai ruvida e stretta che pareva di pelo di cammello. Me ne tornai dunque a Piansano e per tre anni non ebbi più alcuna sua notizia, ma cercai di mettere in esecuzione al meglio quanto mi aveva prescritto. Quando però seppi di una nuova missione a Cellere, senza indugio lo raggiunsi. Mi inginocchiai così nuovamente al suo confessionale e, essendomi manifestata, mi chiese conto delle regole che tre anni prima mi aveva dato. Venuto a conoscenza del mio agire conforme ne fu tanto contento e mi parlò con tale efficacia di Dio che io, non so bene spiegarlo, ma rimasi come fuori di me. Posso solo dire che il suo spirito mi si riversò al punto da sentirmi più che mai infervorata ad amare e seguire la Passione di Gesù.

La vostra frequentazione rimase circoscritta al confessionale?

Nel corso di quella missione andai una volta a trovarlo nella casa dove veniva ospitato e seguii una sua conferenza spirituale. Lo pregai allora di voler confessare una giovane che mi aveva detto di  trovarsi assai male di coscienza. Mi rispose di riferire a quella ragazza che se fosse andata da lui con sincerità di cuore l’avrebbe fatta tornare a casa pura come una colomba. E in effetti, dopo la confessione, quella giovane non era più in se stessa per la consolazione. Passarono alcuni anni e venni a sapere che il padre Paolo si trovava a fare gli esercizi spirituali presso le monache di Farnese. Poiché andavo sempre in cerca di lui, stimolata così dal mio interno, mi recai a Farnese e lo incontrai nella chiesa di quel monastero. Mi parlò dei gradi della preghiera e mi chiese se avessi raggiunto quello stato di cui lui parlava. Risposi di no, ma che agognavo raggiungerlo. Mi incoraggiò e mi diede buoni avvertimenti a questo fine. Così pure successivamente a Valentano, sempre presso la casa delle monache, tornai da lui a cercare pascolo per il mio spirito. Mi confidò che durante quella giornata era stato molto tormentato dal demonio, che pareva voler sprofondare la sua stanza. Al ritorno da Valentano si trovò a passare per Piansano e io gli corsi dietro, ma mi disse che andava di fretta. Volli però chiedergli se io sarei mai arrivata a quel grado di perfezione nella preghiera di cui a suo tempo avevamo discorso a Farnese. Mi rispose che sì, ci sarei arrivata, ma non subito. Come in effetti avvenne di lì a qualche anno. Intanto quante occasioni capitavano di poter parlare e conferire con p. Paolo di tante ne approfittavo.

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La carità di Lucia in un dipinto presso il Santuario del Cerro

Come si sviluppò il vostro rapporto?

Cominciai a trattare col padre anche per lettera, dandogli relazione del mio stato e ricevendo da lui regole, avvertimenti e consigli. Tuttavia, non sapendo io scrivere né leggere mi rivolgevo al mio confessore, l’arciprete don Giovanni Antonio Lucattini, che scriveva per me e riceveva quelle che mi inviava il padre Paolo. Quando poi venne a prendere possesso del ritiro della Madonna del Cerro a Toscanella mi recai da lui, ma un suo confratello mi disse che era partito. Chiesi allora se i religiosi avessero bisogno di qualcosa e lui mi rispose che bisognavano di tutto, tanto che avevano mangiato con forchette di canna. Ritornata a Piansano e avendo manifestato lo stato di indigenza in cui vivevano quei frati, procurai da varie persone tela, filato ed olio che il giorno dopo trasportai al ritiro. Avendo anche saputo che i toscanesi non provvedevano al loro sostentamento e che i frati mancavano quasi del tutto di viveri, sempre a Piansano raccolsi elemosine e procurai pane, vino e farina che portai al Cerro. Poi cominciai a fare il pane per mio conto, a casa mia, e ogni domenica glielo portavo, insieme a tutto quanto ricevevo dai benefattori.

Ha mai incontrato p. Paolo della Croce al ritiro del Cerro?

Quando la fabbrica del ritiro fu completata, iniziò il p. Paolo a venirci a trascorrere l’inverno ed io ebbi modo di soddisfare il mio desiderio di poter incontrarlo frequentemente e con mio comodo, per ricevere da lui direzioni.

Quante volte vi siete incontrati nel corso degli anni?

Sicuramente tante, e in diversi luoghi, ma non saprei numerarle. L’oggetto dei nostri colloqui però era sempre la direzione del mio spirito, per l’acquisto dell’eterna salvezza. Ci incontravamo perlopiù in presenza di qualcuno e qualche volta anche da soli, ma con la porta della foresteria sempre aperta.

Ritenete che il p. Paolo abbia vissuto e sia morto in concetto di santità?

Grande è la devozione e l’attaccamento che provo per la memoria del venerabile padre e la gratitudine per tanti benefici spirituali da lui ricevuti, e con tutto il mio cuore desidero la sua beatificazione e canonizzazione a gloria di Dio e del suo Servo. In tutto il tempo che io l’ho conosciuto tutta la sua applicazione è stata quella di farsi santo, di santificare gli altri e di convertire i poveri peccatori. A questo fine fondò la sua Congregazione della Passione di nostro Signor Gesù Cristo e santamente l’ha governata finché è vissuto. Continuamente si è impegnato a far missioni, impartire esercizi spirituali, dirigere le anime con confessioni, conferenze e lettere. In ogni età è vissuto cristianamente e santamente, osservando la legge divina e prodigandosi perché gli altri la osservassero. Già quando mi recai la prima volta a seguir le missioni a Cellere correva voce che il p. Paolo era un santo e questa fama si è diffusa e accresciuta in ogni luogo ove lui operava e viveva e presso chiunque l’abbia conosciuto. E non solo persone semplici o ignoranti, ma anche sacerdoti, vescovi, cardinali e sommi pontefici. E a riprova di questa fama di santità posso dire che la gente faceva a gara per avere qualcosa che lui aveva tenuto addosso, come quando a Cellere fu tagliata a piccoli pezzi e distribuita per devozione una corda che il padre portava al collo ed anch’io ne ebbi un pezzetto. Così pure a Piansano, a casa dei benefattori signori Parri, dove la gente si recava a chiedere qualche poco di pane avanzatogli a tavola, per servirlo agli infermi o conservarlo come una reliquia. In altri luoghi, ho saputo, gli tagliavano piccole parti di mantello e ovunque era ricevuto e trattato con somma venerazione. Non vi è dubbio alcuno che il venerabile p. Paolo della Croce possedesse tutte le virtù cristiane, che ho potuto ammirare in lui in tanti anni di direzione spirituale. In tante occasioni che ho potuto trattare con lui mi sono resa conto che era così grande la sua carità verso Iddio che non sapeva parlare altro che di Dio e non si saziava mai di parlarne, per accendere in tutti lo stesso fuoco di carità.

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La Tessitrice di Piansano, biografia di Pablo Garcìa

Siete stata testimone di qualche evento soprannaturale legato alla persona del p. Paolo?

Tengo per certo che il Signore Iddio abbia riversato sul suo Servo p. Paolo i suoi doni celesti, dai quali anch’io ho tratto beneficio. Venticinque anni or sono mi venne un affanno di petto, accompagnato da febbre maligna che mi condusse sull’orlo dell’eternità. Avevo ricevuto l’estrema unzione e poco mi divideva dall’ultimo respiro. I miei parenti mandarono allora a chiamare il p. Paolo che si trovava al Cerro, affinché ottenesse dal Signore la mia guarigione. Vennero due suoi religiosi portando un simbolo della santissima Passione e facendomi da essi dire che “per obbedienza fossi guarita”. Il male fu più pronto ad eseguire quel comando di quanto avrei potuto fare io stessa. Tant’è che in tempo brevissimo tornai in piena salute. Il medesimo simbolo applicato  con fede sul petto di un certo Pietro Paolo di Valentano, che versava in condizioni di salute irreversibili, ridotto quasi ad uno scheletro senza fiato e senza moto, portò alla sua sollecita guarigione, tant’è che poté tornare ai suoi lavori di campagna. Da questi ed altri analoghi fatti ben si comprende quanto il p. Paolo fosse fornito di doni soprannaturali.

Come vi è giunta notizia della sua morte?

Ho saputo che morì il p. Paolo verso la fine dell’anno santo (1775) nel ritiro dei SS Giovanni e Paolo a Roma, dopo lunga malattia e in concetto di santità per la vita tanto virtuosa che aveva condotto. Ho saputo dai passionisti che fu sepolto nella stessa chiesa, dove tante persone devote, ritenendolo un santo, accorrono per impetrare grazie al Signore.

 

Termina qui il nostro colloquio con la Venerabile, con la precisazione che la deposizione originale è ben più ampia. Voglio però sottolineare che questo testo non costituisce una sintesi e neanche una parafrasi: ho scelto le parti ritenute più interessanti ai fini della conoscenza della spiritualità e della missione terrena della “beata Lucia”, riportandole in un italiano più chiaro e più semplice rispetto a quello settecentesco e con l’accortezza di riportare con assoluta accuratezza il senso delle sue parole che a distanza di secoli hanno ancora la forza di indicarci la via.

S. Paolo della Croce in un dipinto presso il Santuario del Cerro

S. Paolo della Croce in un dipinto presso il Santuario del Cerro

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