Area archeologica di Poggio Giudio (Viterbo), una storia di (stra)ordinaria burocrazia

Scritto da Giacomo Mazzuoli Visite: 586
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Quante volte siamo passati in macchina proprio di fronte a quello che sembra l’ingresso di questo importante sito etrusco?

Dopo la rotonda di Valle di Faul, all’inizio della strada dei Bagni sulla destra sono visibili dei possenti ipogei, c’è anche un casotto di legno che ha tutta l’aria di essere una biglietteria e c’è persino una bandierona pubblicitaria che invoglia alla visita. Però il cancello è chiuso da anni e in apparenza non esistono altri accessi possibili, su internet esiste un sito, poggiogiudio.com, che sembra strutturato per organizzare visite guidate, ma tutti i link sono bloccati. Pochi giorni fa abbiamo deciso di improvvisare un’escursione al sito: superata la recinzione non abbiamo potuto far altro che vedere quello che si vede dalla strada, oltre non è possibile andare per il grande dislivello in altezza. Bene, abbiamo pensato, ci sarà un ingresso a monte! Niente, in tutto il perimetro abbiamo trovato solo proprietà private munite di cancello, impossibile l’accesso!

Come è possibile che un sito così importante, con alcune tombe etrusche monumentali e uniche, non sia in nessun modo accessibile al pubblico e non esistano informazioni in loco per una eventuale visita? Allora abbiamo fatto delle ricerche mirate e il risultato è sconcertante! Ne abbiamo viste tante di assurdità nel nostro girovagare per la Tuscia: un recinto di pecore che chiudeva la pubblica strada (asfaltata) che conduceva a Norchia, con relativo rimpallo di responsabilità tra i comuni di Viterbo e Vetralla; siti come la Peschiera e Pian di Mola di Tuscania visitabili ad anni alterni, per non parlare delle chiese romaniche di San Pietro e Santa Maria Maggiore; segnaletiche ufficiali assenti o evanescenti di aree archeologiche come Luni sul Mignone o Grotta Porcina. Ma questa che stiamo per raccontarvi le supera tutte. Giudicate voi: l’area archeologica di Poggio Giudio è stata acquistata dalla provincia di Viterbo, è circondata da proprietà private e incredibilmente NON È DOTATA DI UNA SERVITÙ DI PASSAGGIO, semplicemente perché la provincia non l’ha pretesa come da suo diritto riconosciuto dal codice civile. Quindi, a meno di non farsi paracadutare sull’area, per andare a Poggio Giudio occorre passare su area privata chiedendo preventivamente l’autorizzazione, che non è detto sia concessa. Eppure nel 2016 (26 febbraio) sembrava che la situazione volgesse al meglio in quanto la provincia stessa emanò un “AVVISO Pubblico per la presentazione di manifestazioni d'interesse per l’assegnazione in concessione di valorizzazione dell’immobile di proprietà della Provincia di Viterbo sito nell’area archeologica denominata “Poggio Giudio”. L’illusione è durata meno di un anno. Il 25 gennaio 2017 il presidente della provincia emette infatti un decreto dal titolo “Procedimento di concessione di valorizzazione dell’immobile denominato Poggio Giudio. Revoca”.  Vi invitiamo a leggere il decreto (clicca qui), anche se redatto in burocratese stretto, che cristallizza lo status quo e non trasmette speranze perché le cose possano cambiare in un futuro né prossimo né lontano. Da quel che abbiamo capito, in sintesi, la legge del 2014 che avrebbe dovuto abolire le province, ma non l’ha fatto, ha creato una situazione di incertezza tale che ci sono voluti 3 anni per capire che le funzioni NON FONDAMENTALI in materia, tra l’altro, di servizi e attività culturali (tra i quali ricadrebbe Poggio Giudio) SONO ESERCITATE DALLA REGIONE, anche mediante forme di delega ad altri enti. Con questa scusa è stato revocato il bando di affidamento dell’area archeologica, che non prevedeva impegni di alcun tipo per la provincia per 15 anni perché era tutto a carico del gestore, manutenzione compresa. Non sappiamo se la provincia abbia chiesto alla Regione Lazio la delega per operare secondo i dettami della sopravvenuta legge, nutriamo i nostri dubbi in merito, del resto la cultura e l’archeologia sono considerate funzioni NON FONDAMENTALI. Quello che è certo che viene meno a tempo indeterminato la possibile fruizione pubblica di emergenze archeologiche di grande interesse situate su un’area pubblica, acquistata con denari provenienti dalle nostre tasse.

la foto è tratta dal sito exploretuscia.com