Talete, e alla fine arrivarono le bollette pazze. Ma al peggio non c’è mai fine

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Correva l’anno 2002, il comune di Canino fu tra i primi ad aderire alla convenzione che avrebbe affidato a Talete spa la gestione del servizio idrico.

Il consiglio comunale in data 29 novembre 2002 approvò la delibera a larga maggioranza, con il solo voto contrario di chi scrive questo articolo. All’epoca si disse che era un obbligo di legge, la n. 36 del 1994 (cosiddetta legge Galli), i comuni non potevano più gestire direttamente i servizi idrici ma dovevano consorziarsi in un Ambito territoriale ottimale ed affidarli ad una società partecipata. Vero, anche se è pur vero che la stessa legge recitava che tutto questo era finalizzato ad ottenere efficacia, efficienza ed economicità del servizio idrico. Alzi la mano chi ritiene efficace ed efficiente il servizio svolto da Talete spa. Per avere una piccola idea dei disservizi lamentati dagli utenti cliccate qui.

In quanto all’economicità abbiamo reperito una bolletta del 2007, il secondo anno di effettività del servizio di Talete: il prezzo dell’acqua era di 0,32 euro al mc per 180 mc all’anno, fogne e depurazione costavano euro 0,34 al mc e la quota fissa ogni trimestre era di euro 3,48. L’ultima bolletta pervenuta del 2019 riporta le seguenti tariffe: acqua euro 1,54 al mc per 116 mc all’anno, fogne e depurazione euro 0,66 al mc, quota fissa euro 13,73. Come risulta evidente il prezzo dell’acqua è quintuplicato (+ 500%) in 12 anni (nello stesso periodo l’inflazione cumulata ha superato di poco il 20%). Nonostante tutto ciò la Talete è stata più volte sull’orlo del fallimento ed oggi si trova con oltre 58 milioni di euro di debiti e circa 51 milioni di crediti difficilmente esigibili (bollette cronicamente non pagate). Ma come è potuto succedere tutto questo? La legge sembrerebbe ben scritta, le regole sono sensate: la Talete è una spa a capitale totalmente pubblico i cui azionisti sono i comuni e la provincia, ad amministrare la società c’è un Cda eletto dall’assemblea dei Sindaci che esercitano il controllo sul suo operato e in particolar modo sui bilanci. Quando si accorpa un servizio a più soggetti che lo svolgevano singolarmente sono ovvi i risparmi su personale, mezzi e servizi o meglio dovrebbero esserli, fin quando non c’è di mezzo la politica clientelare che sceglie le persone che devono dirigere e lavorare non in base alle capacità e le competenze ma all’appartenenza politica. Il risultato è il cosiddetto carrozzone pubblico le cui basi furono gettate nel 2002 e che ha dato i suoi nefasti risultati a spese dei cittadini. Aggiungiamo che dei 58 comuni della Tuscia facenti parte dell’ambito territoriale ATO1, solo 28 hanno aderito a Talete, gli altri, nonostante la legge e taluni blandi commissariamenti, sono rimasti fuori, gestendo in proprio la risorsa idrica. Come dargli torto? C’è chi prova a giustificare il disastro di Talete proprio con la mancata adesione di tutti questi comuni ma, vista l’esperienza passata, potrebbe anche essere vero il contrario, ovvero una situazione economica ancora più disastrata e irrimediabile in caso di adesione totale. Del resto con questo tipo di mala gestione, se tutti i comuni avessero aderito, ci sarebbero forti probabilità che Talete si troverebbe con più debiti verso i fornitori e ancora maggiori crediti inesigibili.

Il Cda di Talete, nella nota di accompagnamento al bilancio del 2018, nell’esporre la delicata situazione finanziaria dell’Ente chiede ai soci (i comuni) una forte ricapitalizzazione (40 milioni di euro) che garantisca almeno la possibilità di accedere ai prestiti delle banche che in questo momento sono sempre più a rischio. Ricapitalizzare una cifra del genere vuol dire per i comuni salassare i cittadini, per fare un esempio il comune di Canino che detiene circa l’1,8 % delle azioni di Talete dovrebbe contribuire con 720.000 euro (circa 144 euro per abitante). Va anche detto che anche se questa operazione andasse in porto non ci sarebbe nessuna garanzia per i comuni e per i cittadini. I debiti di Talete resterebbero tali e in caso di fallimento i comuni perderebbero anche i soldi della ricapitalizzazione che andrebbero a soddisfare i creditori. Una domanda che si pongono i cittadini che è anche un desiderio liberatorio è: “Perché non usciamo da Talete?”. Semplicemente perché il comune ha firmato una convenzione fino al 31 dicembre 2100 in cui accetta di cedere la gestione del servizio idrico a Talete, ne è diventato azionista e, nel corso di questi 13 anni di gestione non ha avuto nulla da ridire in sede di Assemblea dei Sindaci, sui bilanci disastrati della società.

La convenzione può essere modificata solo per deliberazione dell’Assemblea dei Sindaci o grazie ad un intervento legislativo. Ad onor del vero l’intervento legislativo ci sarebbe anche stato. La legge regionale n. 5 del 2014, prendendo atto dei risultati del referendum sull’acqua pubblica del 2011, rivoluzionava uno dei criteri su cui si basa l’attuale gestione idrica nella Tuscia. L’unità di gestione diventa il bacino idrografico e non più un ambito legato ai confini amministrativi come quello attuale. Per fare un esempio Canino farebbe parte del gruppo dei comuni che gravitano nel bacino del fiume Fiora. Sarebbe una rivoluzione che spazzerebbe via il sistema attuale per uno nuovo e molto più razionale. La Giunta regionale del Lazio con atto del 6 febbraio 2018 delibera in merito ma poi, con analogo atto dell’8 maggio 2018, sospende la decisione presa. Così avviene che un’assemblea non elettiva (la Giunta Regionale) blocca il volere popolare di un referendum e anche l’efficacia di una legge espressa da un Consiglio Regionale eletto dal popolo.

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Cosa succederà ora? E’ improbabile che Talete si salvi senza interventi esterni e non ci sembra ci sia la volontà politica di mettere in atto i dettami della legge regionale n. 5 del 2014. I fautori dello status quo agitano lo spauracchio di ACEA (società pubblica a capitale anche privato) e dei debiti di Talete che secondo loro finirebbero in carico ai comuni azionisti in caso di fallimento. Nel frattempo sembra continuare la mala gestione clientelare di Talete spa: ad agosto 2019 sono stati assunti 6 nuovi addetti al call center con modalità che hanno dato luogo a polemiche e non sono state chiarite dalla società (clicca qui). Il consigliere regionale Panunzi (PD), tanto per lanciare una ventata di ottimismo, ha annunciato che la Regione Lazio ha stanziato 3 milioni di euro per la modernizzazione della rete idrica. Poi si viene a scoprire che sono 2 milioni e 400 mila, gli altri 600 mila li dovranno mettere gli utenti con un ulteriore aumento in bolletta (2%). E comunque ciò non servirebbe a risanare in nessun modo il bilancio economico di Talete. Al punto in cui stanno le cose, secondo il nostro modesto parere, il male minore sarebbe un fallimento di Talete Spa. I comuni perderebbero solo il valore delle azioni in loro possesso che è decisamente simbolico (465.000 euro in totale), i creditori sarebbero i soggetti più danneggiati perché difficilmente rientrerebbero nelle loro spettanze. In compenso potrebbe entrare in vigore la legge n. 5 del 2014 che aprirebbe una nuova era nella gestione dell’acqua pubblica nella Tuscia.

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